Identità. Una mancanza.
Un tentativo di rineg(ozi)azione. Sono un automorfismo o sono uguale
a nessuno? Rito individuale e collettivo del mettersi allo specchio, per cercarsi o per sparire meglio, predisponendo vanamente e secondo indicazioni e suggerimenti eterodiretti il miglior peggiore kit esistenziale, quello dentro il quale inquadrarsi, nel tentativo di riconoscersi (parte di) sé stessi, in ogni luogo,
in ogni tempo, dimostrandosi la propria assenza, l'integrità sempre
transitoria del proprio essere. Non si è mai abbastanza attenti
riguardo la faccia (o l'inter-faccia) da presentare. Mai abbastanza
pronti. Un'accozzaglia spazio-temporale, frammenti che non
coincidono, ma si sovrappongono nel non trovarsi, nel non
appartenersi.
mercoledì 29 febbraio 2012
lunedì 23 gennaio 2012
SPAZIO CEREBRALE
Nessun suono è
trascurabile nessun evento lo è l'incidente un lavoro il traffico la
tabella di marcia un'ossessione di ritorno le ripercussioni sullo
spazio cerebrale uno dietro l'altro questi motori accesi di semaforo
in semaforo clacson tubi di scappamento con annessa impossibilità di
fuga intasamento di corsie preferenziali corse a perdifiato sul posto
mattina inoltrata colazione assorbita abbraccio contingentato
pneumatici quasi a riposo meta lontana raggio di sole su scocca
lucida carrozzeria d'utilitaria qualcosa che non va ad un certo punto
del cammino invisibile polizia municipale in ampia schiera i piedi
non bastano ci fosse lei ci si bacerebbe sul collo adesso e fino
all'arrivo la fermata non si fa la svolta ad un certo punto era un
funerale importante d'auto blu e gendarmi forse proprio quello
benedetto dalla casa d'Ezra la giustizia morta d'infarto povera
patria commemorata sull'altare d'una traversa di via Trionfale non
dovrò avvertir nessuno farò in tempo senza alcun debito se ci fosse
lei adesso fianco s'incontrerebbe con fianco e guancia con guancia nessun suono è
trascurabile nessun evento lo è non era questo che avevo in mente.
domenica 18 dicembre 2011
LO STESSO TEMPO
Abitavamo lo stesso tempo, occupavamo lo stesso spazio, tracciavamo percorsi di fuga, non c'era aria che potesse atterrirci. Volavamo ad altezze diverse, ci incontravamo per errato calcolo, ci stupivamo della nostra presenza. Quelle ali non erano minacce né un periodo nero dell'essere, ma piuttosto il flusso incontrollabile d'una danza collettiva.
martedì 6 dicembre 2011
CARNE MANGIA CARNE
Carne mangia carne, a corto di galateo e di buone maniere, mangiamoci uno dopo l'altro. Scambiamoci un segno di pacifica intesa e poi azzanniamoci meticolosamente.
Si divora quel che resta del macellato presente. Lo si strattona, lo si prende a morsi, lo si sacrifica all'altare dissacrato della tavola sociale. Risolutamente disumani(zzati). E si divora l'immagine, in tutta la sua digitale (in)consistenza.
Sulla scena del crimine, sopraggiunti sempre troppo tardi, si condivide solo la propria accorata muta rabbia. Di noi resta solo un resto triturato e rimasticato per l'occorrenza. Una ricodificazione binaria e postuma delle nostre azioni.
Sopraggiunge una certa fame. Del prossimo vivente da sacrificare. Non siamo altro che ciò che mangiamo. Pezzi esangui e confezionati, pronti per essere rituffati nel mercato. Fino al morso finale.
Ancora infine omaggiando Novarina, le cose morte che sono le nostre vite scambiamocele in cambio della vita delle cose.
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mercoledì 23 novembre 2011
FUGA
La fuga dall'immagine, dal quadro, dalla storia, fin lì dove più ci si può figurare, senza strade già tracciate da significanti già cristallizzati, lì dove non c'è sintassi, dove non c'è drammaturgia né segnaletica estetica o esistenziale. È forse proprio dove s'avverte una carenza, dove c'è una mancanza che disturba, nell'assottigliarsi dello studium, nel sottrarsi e nel venir meno che si raggiunge quel surplus di senso instancabilmente agognato. Fuga da fermo, di sola mente, nell'immobilismo d'una decisione da prendere, nell'impasse d'una strategia da scegliere in solitudine.
mercoledì 9 novembre 2011
domenica 6 novembre 2011
Apparati di Ri-produzione
Ognuno va per conto suo, per la sua mancata strada. Non c'è coralità, non c'è sacralità.
Apparati diversi governati e presumibilmente tenuti insieme da un governo centrale che ha perso il controllo a furia di decentramenti, delocalizzazioni e federalismi dell'Io. Un governo la cui sede pare variare da persona a persona: il cervello o il cuore o la pancia o i piedi o il cazzo.
Ognuno fa la sua parte? Perché nessuno più fa la sua parte?
Perché è così difficile farsi da parte, dopo aversela data una propria maledetta parte?
Brutte figure senza retorica. Metonimie di membra. La parte per il tutto, per un tutto che non c'è.
Perché non si sa più di cosa si è parte, né quando si parte o da cosa lo si fa.
Inconcepibili. Manchiamo di qualcosa. Sento che mi manca qualcosa. Mi sento mancante. Non completo. Complesso edipico, angoscia di castrazione. La mancanza come molla. La bambina segnata da un complesso di inferiorità.
Mutilati. Evirati della nostra fertilità. Tranciati di netto. Membri mancanti di questa società. Mancanti di socialità. Privati di istinti.
Ri-prodotti. Una copia unica della catena di montaggio umana. Spettacolo riprodotto in tutte le salse e in tutti i formati. Che trucchi usi tu per ripeterti?
L'apparato riproduttivo e le regole dell'attrazione, della repulsione, del rifiuto. Fiutare altrove qualcosa che ti piace di più. Un impossibile penetration test per gli animi, tra la necessità di entrare e quella di accogliere. Sbirciando tra i buchi caduti in rete, I'm not superficial, I like penetration.
Fonte prima e ultima di pulsioni e di tabù. Assillo d'ogni discorso di congreghe ormonali, chiodo fisso e punto estremo di piacere, tenerezza, pudore e intimità. D'animalità. L'origine del mondo è in quest'incastro tra cavità da far combaciare. Ossessione tutta carnale da penetrare e reiterare. Detonatore di relazioni, voracità bestiale e dolce approdo femminile. Tra derive platoniche, pretese angeliche e aberrazioni pornografiche. L'oggetto del desiderio per eccellenza, per eccedenza, fin lì dove appunto per smodata coazione a ripetere è il desiderio stesso a venir meno.
Generati, non creati. E vogliamo ri-generarci e ri-crearci ogni volta. Aspettando sempre l'ora della ri-creazione perché insoddisfatti dello stato attuale. Aspettando il break sempiterno, la salvifica idiozia, la merenda edonistica di cui cibarci per depensare un po' e tralasciare ingurgitandone tutte le turbe più nere e cupe.
L'ora della ricreazione in cui rifarsi. Dei torti subiti dalla fatica del lavoro. L'ora in cui rimodellarsi a immagine e somiglianza delle nostre ben odiate mal trattate intenzioni. Vendicarsi di madre natura ricomponendoci artificialmente a piacimento, supremo delitto della nostra galoppante immaginazione.
[consentimi di venire dentro te, da te, con te]
Tra piacere e godere, diatribe e dicotomie concrete, tra dipendenze e astinenze: testa/corpo; amore/sesso; soggetto/oggetto. Ancora ammutinamenti: chi è tra loro che decide?
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