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giovedì 25 maggio 2017

AFFRUNTATA


Cruciale giubilo
evoluzione dei mal-tempi

Maria e San Giovanni sono andati

Gesù risorto, trionfante, affronta il plauso cittadino incontrando in saluto l'orso di Masha, 
lì galleggiante, imbottito d'elio, stessa posa, stessa gioia, al centro della piazza, simmetrica, sempiterna iconografia di salvezza di plastica natura animale





sabato 19 giugno 2010

No, il vetro no!



Nooo, il vetro nooo!!!

Ogni discorso della notte s'interruppe,
rotto da inaspettata violenza primordiale.
Ogni incantato volo di sguardi fu ferito,
braccato dall'urgenza di tornare allo stridore del presente.

Nooo, il vetro nooo!!!

E per punirne l'ardito abuso d'ebbrezza, cominciarono a pestarlo con calci pugni e spintoni, mentre, al sentir urla feroci e bottiglie in frantumi, la piazza terrorizzata si svuotò repentinamente di corpi d'odori e di sorrisi.

mercoledì 3 marzo 2010

Il cane sulle strisce

Avevo appena finito di percorrere Via del Pigneto quando, giungendo all'incontro con Via Aquila, mi fermai controllando se fosse possibile avanzare.

Vidi allora un cane dal pelo lungo affiancarsi a me mentre attendevo.

Osservò il semaforo, aspettò che il segnale diventasse verde, voltò attentamente lo sguardo a destra e sinistra e poi attraversò la strada sulle strisce.

Io sorrisi sbalordito, indugiai un attimo sull'accaduto e poi attraversai a mia volta.

mercoledì 10 febbraio 2010

Appostarsi




Appostarsi. Perlustrare con occhi.


Allenarsi, con tutta l'attenzione voluta, con tutto l'irrispetto dovuto, nell'ostinata pratica dello stare a guardare, e fare di ciò l'ossessivo controcampo all'intramontabile azione dell'attendere.
Ovvero di come occuparsi per immagini di chi non sa come riempire il proprio tempo, dall'ordinario e mesto pendolare al viaggiatore risolutamente smarrito, dal disperato mendicante allo scanzonato studente, nella precaria presunta banalità del momento di passaggio, nella progressiva e costante paralisi dell'empatia nella sfera sociale d'una banchina o d'una panchina.



Raccogliendo, negli spazi geometrici e netti di una Stazione Trastevere ricca di marmo bianco, di insegne e cartelloni pubblicitari, di cavi d'alta tensione, di volatili e di rifiuti, un vasto campionario iconografico all'interno del quale - tra tese strategie di resistenza, imbarazzi, via vai di piedi e di treni, e insofferenti atteggiamenti della più annoiata attesa - i corpi umani s'incastrano con l'inorganico e ogni immagine catturata oscilla tra il criterio estetico e quello sociologico, diventando metafora di quell'efferato gioco della variazione nella ripetizione che fa della nostra vita una continua illusoria (rin)corsa alle coincidenze da non perdere.

sabato 25 aprile 2009

In panne


E qui come cazzo te regoli! - si mise ad urlare la donna – denunciando con sbigottimento come la luminosa tabella informativa di stazione, sulla quale aveva spinto i suoi occhi smarriti, fosse finita in panne.

Lo ripetette più volte sperando in un repentino ritorno alla normalità, ma poi, sopraffatta dalla disperazione di chi non conosce il binario verso il quale destinare la propria vita, si mise fragorosamente a piangere.

venerdì 17 aprile 2009

Il fumatore

Legge uno ad uno – ed ogni volta gli stessi – quegli annunci colorati fatti di numeri da chiamare ed urgenze alle quali rimediare: ditte traslochi, imprese di pulizia, agenzie immobiliari.

Tiene gli occhi fissi su quegli adesivi e consuma lentamente la sua sigaretta.

È in lui la quiete terribile di chi non sa cosa fare, o quella piuttosto di chi risolutamente abbia nominato lo spazio antistante un gran cassonetto come inedito luogo elettivo di moderata meditazione quotidiana.

Lo spazio ed il tempo in cui è da cercarsi un disperato impegno che – esauritosi il tabacco e gettato al sicuro il mozzicone – si continua tuttavia a non trovare.

martedì 17 marzo 2009

Frammenti nudi, parole spoglie

I



Una signora grassa con carrello della spesa salì, borbottò rimproveri all'autista, cercò un posto ibero, si sedette dove mia mamma aveva lasciato spazio, sorride della gentilezza elargitele e poi, accomodatasi con sollievo, alzò con accuratezza la natica sinistra e produsse con nonchalance due rumorosi peti.



II



Il tempo stava per scadere, l'annuncio giunse e chiesi che le palle fossero raccolte da terra. La piccola Anastasia mi guardò stupita, mi disse che solo tre minuti per lei erano ancora passati. Le risposi che molti altri minuti si erano esauriti senza che lei se ne accorgesse. Al che, lei, prematuramente conscia di come vadano le cose, mi disse con serietà: Sai come si chiama questo tempo di cui tu parli? É il tempo soggettivo....



III



Ed ecco che m'apparve decontestualizzato e diverso il sommo professore De Vincenti. Smarrito sul marciapiede di Via Ostiense, quasi fosse fuori dal suo habitat (dal suo invisibile piedistallo), a testa bassa ed incespicante sui suoi stessi passi lenti, altrove con lo sguardo di chi non s'è stancato ancora di cercare, di stupirsi del farlo, del poterlo fare ancora. In un inedito atteggiarsi con sigaro in bocca, leggero seppur rotondo, interruppe il suo stato di sospensione e venne verso me.

Uscivo dalle pareti di carta stampata d'una edicola stracolma.

Cercava qualcosa, forse niente di preciso, mentre aspettava che nell'andare a caso gli venisse in mente l'idea giusta.

Non s'accorse di me, non ricordò d'aver fatto la mia conoscenza.



IV



Avendo dimenticato un “esageratamente” il mio discorso faceva acqua da tutte le parti. Per farmelo notare, per accentuare la banalità di quello che non mi accorgevo essere ovvio, Federico si allungò verso il lavabo, strinse la manopola del rubinetto e sentenziò, mentre l'acqua iniziava a scorrere: Guarda, questa è l'acqua calda!



V



Percorrevo l'ampio marciapiede del Lungotevere Testaccio quando uno spoglio rametto di platano s'incastrò tra i lacci della mia scarpa sinistra. Me ne accorsi. Lo raccolsi tra il divertito e lo stupito. Lo strinsi in mano, perfetta compagnia all'ansia del restar a mani vuote. Proseguii fino a raggiunger la banchina d'attesa del 170. Un cane di media taglia stava giungendo nella mia direzione. Prese di mira il bastoncino che ancora tenevo con me, lo afferrò tra i denti e continuò scodinzolante il suo vagare. Tutto successe per caso.



VI


Le mani andavano gelandosi. Le palline giacevano ancora a terra. Marco giocherellava e non ci teneva riprender l'allenamento. <Secondo te nevica?> - gli chiesi - . <E che ne so, mica studio mitologia!> - rispose - folgorandomi con un'impossibile mistura di gioco linguistico e geniale intuizione. Che siano ancora gli dei a decider come vada il tempo!?

martedì 30 settembre 2008

Fenomenologia d'una banchina d'attesa


Teso sollecitar vacuo d'energie destinate a paziente spreco

Svuotarsi progressivo della residua resistenza mentale

Banale ripetersi della medesima azione

declinata in tempi e modi diversi

Chi s'indigna del ritardo

chi non ci pensa

chi dimentica di star aspettando

chi si distrae

- osservando leggendo ascoltando -

chi cerca d'integrarsi

    chi aspetta con pazienza

    - si difende fumando e cantando -

chi prova a far discorso da navigato viaggiatore

e chi lo fa da presunto inesperto

chi arriva all'ultimo istante

di corsa

l'estasi d'un sorriso compiaciuto dell'approdo guadagnato

( se le porte si chiudono dopo il suo ingresso)

lo sgomento disperato e sovraesposto di rabbia

(se le medesime porte si serrano troppo presto).


Sarà necessario aspettare ancora.