martedì 1 giugno 2010
In utile
sabato 22 maggio 2010
Fecondità inutile

Imprevisti inceppamenti da rito di passaggio con mansueti frettolosi e parzialmente disinteressati giudici officianti riuniti in freddo sonnacchioso semicerchio. D'un discorso rovinosamente abortito in tempo di cerimonia, (tuttavia proprio per questo in comunione di spirito con l'incoraggiamento al cortocircuitare di beckettiana e beniana dissennata smemoratezza). Del non riuscire a (voler) compiere quel gesto di cui ci si aspetta l'esecuzione, del non accettare quel compito di cui l'assegnatario è pronto a sentenziare. Mandante del mio stesso passo falso, ormai consegnato al grande mare aperto che segue ogni fine, propongo fuori tempo massimo un offerta agli assenti, compreso in tale onorata cerchia quel me stesso - disatteso e per nulla disteso - che mancava più di tutti.
Della fecondità paradossale dell'inutile (praticato e, così, negato), ovvero al di là dell'utile e dell'inutile, sorpassando in volo un altro manicheo dualismo, guadagnando con la fatica dell'incomprensione un effetto liberatorio, inteso nel senso di una generale ri-considerazione della vita, dalla pratica quotidiana a quella in cui ci si confronta e scontra con la cosiddetta arte, restituendo pari dignità ad ogni fenomeno sonoro, e ad ogni azione, allargando i confini e rigettando i ruoli che il gusto, il soggetto, l'autore, etc. tendono a imporre sull'opera e sull'esistenza stessa.
Praticare l'inutile, slegando l'arte da una serie di funzioni di cui era investita in modo eterodiretto: comunicare in primis, trasmettere un messaggio, farsi comprendere, servire. I suoni, così come le immagini, così come i corpi, non risultano più impiegati alle dipendenze di un'idea.
Cambiando il punto di vista sulle cose: non più antropocentrismo, ma semmai il punto di vista del cosmo, quello che ci ricorda, ricordandoci di come la terra si muova senza sosta sotto i nostri piedi, che anche la nostra identità dovrebbe rotolare in un sempre diverso altrove.
Praticare l'inutile per ri-considerare le categorie interpretative, gli schemi e le gerarchie di valore, gli assoluti, i confini e i limiti. Le leggi, gli errori, le barriere. Liberandosi dagli investimenti libidici che funzionano come agenti polizieschi nei confronti del consentito e del negato. Contro la separazione tra campi compartimentati e segregati di sapere, schizofrenica circolazione delle (ancora una volta mancate) identità.
Per ri-considerare i dispositivi: il medium è non solo il messaggio, ma diventa la metafora e addirittura il corpo sul quale e con il quale si lavora: contro la sintassi, la punteggiatura, le convenzioni stilistiche, la funzionalità dell'alfabeto, c'è ancora da credere che la rivoluzione si possa fare nelle forme.
Per ri-considerare il rapporto di fruizione all'opera, andando oltre i luoghi e i tempi deputati, facendo cadere i criteri valutativi/misurativi e disarmando i giudicanti.
Per ri-considerare il processo costruttivo: lasciar spazio agli eventi sonori così come si presentano, tendendo a prescindere dal gusto personale, dagli interessi, dalle abitudini.
Predisporsi all'esperienza dell'impensabile e dell'inaudito. Essere nell'atto.
Liberando i suoni dal concatenamento logico, dal discorso, dalla relazione causale, dalla subordinazione al discorso e alla retorica degli affetti.
Per ri-considerare il ruolo dell'artista e quello dell'uomo. Liberarsi dal virtuosismo dell'azione grandiosa e dal culto della vedette attraverso azioni e non esclusivamente appannaggio di pochi eletti; attraverso una riconquista del quotidiano, attraverso l'introduzione del non musicale nell'opera, negando l'esistenza del silenzio e confutando le gerarchie pre-stabilite tra suono/rumore.
Liberando l'esecutore dall'obbligo di articolare il minimo dettaglio della sua opera come costrutto di senso. Liberando l'opera stessa dalla rappresentazione, dall'espressione, dalla retorica, dalla causalità e della teleologia.
Scegliendo la non-categoria dell'astratto per la sua impossibile determinazione ad un contenuto preciso, univoco, oggettivo.
”Rovinandosi” e facendo il cretino, sprecandosi e de-pensando.
Spostando l'attenzione dall'inizio e dalla fine dell'oggetto (il risultato), verso un'esperienza il cui esito non è prevedibile e che perciò, in quanto tale, si avvicina all'esperienza della vita.
Praticare l'inutile come definitiva liberazione dalla noia, che, se si riesce a tenere aperte le orecchie e gli occhi, non esiste più, liberazione dal bene e dal male, dal giusto e dallo sbagliato. Liberazione dall'errore. Liberazione dal progresso, dalla memoria e dalla conservazione.
Per liberarsi dall'assolutismo e dall'espressione del sé e dalla volontà del soggetto: noluntas
Liberarsi dall'imperativo della produttività, dal pensiero aziendale fatto di efficienza, di efficacia, di misurazione.
Liberarsi dall'economia come unico criterio valutativo, fallace dato di natura dal quale decondizionarsi: risalire verso il dispendio sociale improduttivo, verso il dono senza speranza di profitto, verso lo spreco “invernale” (il sacrificio, la guerra, il dono di sé) o l'esplosione primaverile (il riso, la comunicazione sessuale, la gioia estatica), pensare l'essere come fuoriuscita dai limiti dell'utilità, fuori dalla compostezza e dalla ragionevolezza.
Sottrarsi alla chiusura progettuale del linguaggio e della produzione: non servire.
Criminalmente, passare dal controllo dell'evasione all'evasione dei controlli.
sabato 15 maggio 2010
Discussione (sull') inutile

D'inutilità ogni pensiero giudicante si riempe facilmente la bocca.
Una volta tracciato il proprio percorso di senso (il progetto, l'obiettivo, il fine o la fine), quel che de-borda, fuori-esce, non rispecchia le aspettative, non segue la tabella di marcia o per-segue il pre-stabilito viene tacciato d'esser superfluo, vano, vacuo, sovrabbondante, inadatto, non pertinente, senza senso, inutile.
Discussione (sull') inutile
intorno all'elaborato finale senza capo (an-archico) né coda (a-teleologico) di Salvatore Insana
Lettura della definizione inutile a cura di Elisa Turco Liveri
Tavola rotonda sull'argomento presieduta da George Bataille, con la collaborazione di Guy Debord, Jean Baudrillard e Jacques Derrida
Interverranno, tra gli altri, Carmelo Bene, John Cage, Morton Feldman, Antonio Rezza e Flavia Mastrella, Roberto Nanni, Bruno Munari, Emile Cioran, Albert Camus, Werner Herzog, Philippe Petit
Proiezione di estratti rubati da Pierrot le Fou di Jean Luc Godard, Salomé di Carmelo Bene, Elegia di un viaggio di Alexander Sokurov, Dolce vagare in sacri luoghi selvaggi di Roberto Nanni, Torpore internazionale di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, La provinciale di Mario Soldati, Umberto D. di Vittorio De Sica, Accattone di Pier Paolo Pasolini
Workshop a cura di Cesare Zavattini e John Cage sulle più avanzate tecniche di apertura mentale degli occhi e delle orecchie.
Prove tecniche di suicidio con Arthur Cravan, Jacques Vaché e Jacques Rigaut
Presentazione del cortometraggio Hommage à John Cage (Salvinsa, 2010)
Supervisione del progetto a cura di Charles Baudelaire, Marcel Duchamp ed Erik Satie
Realizzato con il patrocinio di Giacomo Leopardi e Baruch Spinoza
Un sentito ringraziamento al professor Giovanni Guanti, che ha reso possibile l'evento
Martedì 18 maggio ore 15
Aula Conferenze
Facoltà di Lettere e Filosofia
Università di RomaTre
via Ostiense 234
sabato 6 febbraio 2010
Le cose che servono
Il realismo dell'utopia e il tempo disperso della ricerca.
Della necessità del disordine e della giocosa indagine solitaria.
A proposito delle cose ognuno capisce e nessuno carpisce...
venerdì 20 marzo 2009
Di chiara azione in-utile
Dichiarazione d'intenti mal intenzionati, di chiara matrice sovversiva, ad uso di volenterosi animi agitati.
Essere o predicare l'inutile diventa un metodo di ricerca, una presa di posizione, un non quietarsi su un punto di vista/ di riferimento stabile.
Non pacificato né riconciliato con i tendenziosi strumenti critico-interpretativi offerti/imposti dal mercato mediologico.
Occuparsi dell'inutile per risvegliar la coscienza, s-legarla da categorie monumentali.
Ed allora ecco il paradosso del comprendere, che diventa sempre l'aderire a ciò che sta dentro il proprio quadro/cornice di valori e riferimenti pre-acquisiti.
Continuo, anche se questo discorso non mi porta forse da nessuna parte.
Forse lo faccio proprio per questo.
martedì 10 marzo 2009
Introduzione ad un discorso inutile
Una volta tracciato il proprio percorso di senso (...il progetto, l'obiettivo, il fine o la fine), quel che de-borda, fuori-esce, non rispecchia le aspettative, non segue la tabella di marcia o per-segue il pre-stabilito, viene tacciato d'esser superfluo, vano, vacuo, sovrabbondante, inadatto, non pertinente, senza senso, inutile.
Scorrendo la gran quantità di accezioni del termine che il dizionario DeMauro-Paravia presenta, l'inutile non trova definizione se non in negativo: è qualcosa che non offre alcun vantaggio, di nessuna utilità; qualcosa che non serve ad un determinato uso e dunque inservibile; è inutile, con una certa presunta ovvietà, ciò che non è di qualche utilità, che non ottiene alcun risultato, che non è d'aiuto agli altri.
Interrogarsi sulla natura di tutte le designazioni sopra elencate è scoprire, così come l'utile richiede un'appartenenza, un'aderenza (ad un fine, ad un progetto, a qualcuno), l'inutile potrebbe riscattarsi dalla sua negatività percepita ponendosi come orizzonte d'un altra via possibile, quella che fa capo alla libertà dell'azione gratuita e scissa da una diretta funzionalità.
S-legandosi da un fine, l'arte, scriveva Kant nella sua Critica della facoltà di giudizio, diventa bella. (...)
Ed orientando il discorso in tali termini è evidente come un numero non indifferente di menti creative abbia scelto di porsi proprio sul versante della supposta inutilità, inevitabilmente di fronte (contro?) il Potere in tutte le sue forme.
E di come tenti ancora di farlo carving out a place in the larger culture where abnormality can be sustained, where imagining the unknowable – impossible to buy or sell – is the primary enterprise. Crazy! Says anyone with an ounce of business sense. Right. Exactly. Crazy1.
Quel che vorrei mandare avanti (proporre) è un'argomentazione che confuti la pretesa capacità discriminatoria, gerarchica, selettiva, che cade dall'alto d'un detentore di verità assoluta, mettendo in risalto come, soprattutto in campo artistico, le pretese teleologiche vadano ormai accantonate in favore d'una ricerca che miri a non discostarsi dalla constatazione d'una entropia del senso cui un attento confronto con la vita quotidiana (reale?) ci obbliga, costantemente ed inesorabilmente.
L'opera d'arte non è più una struttura chiusa ed un veicolo attraverso il quale imporre un ordine al mondo, ma diventa parte d'un processo attraverso il quale il mondo ha la possibilità di emergere per quello che è, penetrando, in quanto tale, nella nostra coscienza.2
La possibilità d'una via alternativa, d'una pratica non conforme al pensiero utilitarista e produttivista (...) ha interessato generazioni di pensatori ed artisti, di menti inadatte a sopportare l'imposizione di caratteri tassativi, normativi, regolativi, passibili di ridurre (restringere, cingere, costringere) il proprio campo d'azione all'esecuzione d'un compito già scritto.