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martedì 17 giugno 2014

Contraddizione in Termini

Al crocevia del viavai capitale, il senza fissa dimora si erge come protesi fetida e cancerogena del mondo ammiccante e luccicante dell'advertising
emblema vivente (morente) d'arte povera
una spina nel fianco al sorriso in vendita al miglior portafoglio 



.... contraddizione in termini (lat. contradictio in terminis), contraddizione che ha luogo quando le due proposizioni o nozioni sono formalmente espresse (l'anima è spirituale, l'anima non è spirituale; con altro sign. nell'uso com. è detta c. in termini la situazione che si verifica quando le parole stesse di una proposizione sono tra loro in contrasto semantico, o anche, talora, etimologico, come per es. ascoltare il silenzio, un illustre ignoto, una brutta calligrafia)....

lunedì 28 gennaio 2013

DAVANTI




Sfacciato affacciarsi. Interfacciarsi: davanti ai miei occhi ci sono i vostri volti, davanti al mio obiettivo le vostre mosse, davanti al mio spirito i vostri mostri. 

Innestare falsi contatti, raccordi senza sguardo, premesse ad azioni mancate, fughe all'indietro, seduzioni pericolose, ordinarietà fatale. 

Affacciarsi. Appostarsi in finestra e catturare quell'interfaccia esterna che gli abitanti d'un condominio dirimpettaio offrono allo sguardo distrattamente attento e voyeuristicamente accanito d'una viziosa camera di città.
Tra il tremore del sentirsi osservatore sotto osservazione, impostore nell'atto del guardare di nascosto, registratore senza permesso. Ma non è uno sbirciare dentro, è un soffermarsi su quello che esce fuori.


lunedì 7 gennaio 2013

CUMULI



L'impegno sociale al culmine del suo più masochistico contrappasso è l'utopia realizzata d'un certo frangente dell'arte, quella che brama la partecipazione popolare, il comune interesse, il versante utile e funzionale anche del dichiaratamente inutile. Il torpore dell'etica converge con l'estasi an-estetica, l'opera si fa e si disfa nella sua più totale mancata intenzionalità.

Un punto di raccolta e l'azione corale è presto fatta. Deposito degli scarti, rifiuti dell'abbondanza ostentata alla vista di tutti. Quando l'affetto vomita noncurante il precipitato deteriore del più rituale natalizio banchetto, buoni propositi impacchettati, strozzati, accumulati, infiocchettati e gettati all'ammasso. Sculture viventi e multisensoriali che mescolano organico e inorganico, dal carattere effimero e continuamente cangiante, sinestesia letteralmente mozzafiato. L'interazione con il pubblico, qui più che mai l'artefice stesso dell'opera, è risaputo e riciclato topos, l'origine e l'approdo della connotazione sociale dell'atto artistico. Qualcuno verrà. O forse sverrà per l'intensità dell'odore o per eccesso di empatia. Ci sarà chi si arrischierà a tuffarcisi dentro, chi proverà a sottrarne furtivamente un cimelio. Il sogno del rigattiere è sempre gettato dietro l'angolo. O nel ventre oscuro d'un cassonetto. In tanti preferiranno ammirarla a distanza, timorosi d'esser travolti da una vertigine dei sensi. E così i maleodoranti scettici nei confronti dell'arte contemporanea avranno di che rammaricarsi nel non averne compreso la carica trascinante d'una installazione collettiva di tal fatta, così facile da riprodurre in ogni angolo della terra. Il successo va ricercato nella nostra sempre più spiccata voglia di comunità, nel reciproco confronto, la ricerca fragile d'un momentum (il lancio del sacchetto richiederebbe uno scritto a parte) che poi si fa monumentum, deposito non si sa quanto provvisorio di gesti singolari. L'arte per tutti.
Tra installazione e land art, nel superamento dei luoghi deputati, lo strabordamento oltre il parapetto della decenza ne suggerisce un inaspettata ma azzeccata integrazione (assorbimento?) al contesto urbano, nel quale trova terreno di fertile fastidio. (l'opera d'arte che sia tale deve disturbare, esorbitare, significare?). Dente cariato d'ogni armonioso piano di decoro, metastasi diffusa del mi(ni)stero dei beni culturali.

Addobbi post-natalizi. Già consunti e consumati. (come noi e di più). Breve durata e lunga gittata. Partecipative, comunitarie, effimere e non organizzate, queste opere senz'autore sono aggregati d'oggetti fisici e insieme indiscutibilmente sociali, forse non con una portata conoscitiva ma di certo incline a provocare sentimenti in forma individuale o generalizzabile. Ready made involontario indotto dalla coazione a ripetere l'errore, sono l'aldilà del mercato e delle merci. La città si veste e riveste, diventa museo a cielo aperto, o meglio spazio espositivo per un'arte diffusa, fruibile a tutti, senza barriere. Un merzbau che è simbolo di comunione universale. L'olezzo dello spirito arriva fino alle nostre narici. Chi è netto scagli il primo sacco, dirà il prossimo profeta. Il bene (alimentare) traboccherà dai contenitori, verrà fuori dai divieti che ne limitano gli spazi.
Ne siamo certi, conquisteranno le nostre piazze se non i nostri cuori.  

venerdì 28 dicembre 2012

TRENTAQUATTRO


Il miglior numero civico degli ultimi anni ha traslocato per permettersi più decibel e corpi. Qui si soffoca di festa sottoterra tanto quanto a cielo aperto. Riflusso di in-conscenza spunteggiaturato. Ci si strattona forzatamente nel limbo del post-scontrino - dannati dell'abbeveraggio notturno – e il bancone è un lido lontano. Buon nasale mi augura il chitarrista che festeggia il decimo anniversari del suo post-it dal pedigrin. Poi lei forse la conoscevo ma senza nome o con qualcuno di troppo in mezzo per capirlo appieno. Veniva di ritorno da un'altra città e di certo un'altra vita s-passata ora sarebbe un segno d'imbarazzo il salutarci e poi basta nient'altro da poter dirci perché non ci ricordiamo chi siamo (stati) fino ad oggi e chi dicevamo d'essere quel tempo là. Oh, sussurrano da dentro, ma dove sono le donne dei bei tempismi andati?! Equipaggiati per il bel maltempo che fu, si sta accaldati e svestiti vista la primavera natalizia campi gialli in fiore e sedie sdraio su in terrazza. Sgomitando s'accostano le guance si tamponano i bicchieri non c'è tempo nemmeno per un resoconto poiché la folla spinge e ti porta via mentre tenti di fermar il passo. Pensa che svolta un ascensore orizzontale trasportatore di corpi schiaccia-ostacoli tapis roulant per criceti con barba tacchi e capelli. A lui vorrei parlar dell'album del video la promozione come si fa a far cantare gli specchi e farli piangere? A lei vorrei chieder come mai abbia scelto di stringerle la mano per un secondo in più. Chi adesso ha più capelli grigi alzi la mano, con lui chi pensa d'aver superato il limite di velocità del pensiero. Lo sguardo rapace di chi, abbandonato ogni legame istituzionalizzato, ora si butta nella mischia, cerca prede senz'annuncio. Chi chiude prima i conti con se stesso per poter esserci. Prospettive di gioia urlanti sull'uscio. Gli impacchettati d'abiti sono pregati di restar lontani dalla calca, dalla carica di nuove generazioni quelle che non si spogliano perché son già nude quelle che non si accaldano perché non si emozionano. Riccioli dispersi appena dopo l'abbraccio inaugurale. Volevo fargli gli auguri ma troppagente l'ha negato. Poi la banconista gioiosa con scaldacollo a stringer la chioma incolta fugge altrove d'un entusiasmo repentino e dimenticante della compagnia, mentre Fed adesso fa il baby-sitter fino al prossimo parto. Fai bei sogni si legge a occhi chiusi. Poi rincarare la dose solo di sbadigli. Un principio d'abbandono. Un luogo non vale un altro. Qui, nella comodità della rimpatriata, c'è anche il tempo di pensare a quel che scrivere e a tra-de-scriver quel che si è dis-pensato. Il campo di battaglia è il fortino della lingua, piena di aculei la sua corazza, pieno di buchi la sua maglia dissennata. Sono solo istantanee ribelli alla concatenazione significante. Istanti consegnati all'impossibile banco segni-pegni del tribunale alcolemico di fine anno. E ancora, se mi ricordo tutte queste cose forse non c'ero.  

lunedì 28 febbraio 2011

Uomini a barre


Uomini a barre e senza codice. Uomini con i pattini in mano in procinto di ribaltare la re-visione delle cose. Uomini con le cuffie agli occhi appartati dalla socialità e in fuga. Uomini con trapani elettrici di quelli capaci di bucare il cielo. Uomini col cuore in tasca, accessorio rottamabile in cerca di cestino. Uomini con torte in faccia. Ognuno ha il suo dolce che merita. Uomini con fiori in bocca alla fermata di Trastevere. Uomini con il cappio al collo al capolinea del percorso.

Uomini e donne al centro senza scena. Con le buste in testa. Senza spesa, lì si raccoglie ormai tutta la melma.

Donne con i tacchi nelle orecchie. Make up per umili spose non egocentriche. Donne con le borsette come coda, da lì si semina il fascino profumato d'una scia di carne. Donne con segnali di fumo, di quelli da mandare in sciopero qualunque diligenza. Donne con le labbra in pancia e l'ombelico sulla fronte, lì dove si radunano i residui impossibili di tenerezza umana. Donne dai cuori obliterati a tempo con i biglietti in guancia alla fermata di Trastevere.


Alieni che osservano tutto sbigottiti, solidarizzando con il Sam dai sensi intorpiditi del mattino e promettendo che al prossimo viaggio porteranno anche lui lontano da qui.


sabato 12 giugno 2010

La scarpa



Le cadde il sandalo destro mentre saliva pensierosa e forse esausta le scale del treno. Continuò la sua marcia, incurante dell'accaduto, senza voltarsi né tentando di recuperare l'oggetto smarrito, fino a sedersi su una poltrona alla mia sinistra.


Di seguito, qualcuno di cui non era certo il rapporto con la ragazza, si accorse della scarpa, la riportò fino al piede dal quale era scivolata e poi ridiscese muto le scale senza esitazioni, non cercando lo sguardo di colei che aveva soccorso, né lasciando alcuna traccia di sé al momento in cui decise di dileguarsi senza mai più riapparire.

martedì 13 ottobre 2009

Una di queste code

Procedendo in fila o cedendo ad essa.

...d'una coda nera e assai borghese...ben coperti, ben equipaggiati.

Entrata laterale dell'Hotel de Ville

Una domenica di sole invernale esige un cerimoniale da non trascurare.

Solo chi è candido, chi è di spirito non corrotto, chi è bambino ancora, può stare al di là d'ogni barriera, non legarsi alle catene dell'attesa.

Solo chi non ha pacificato il suo sguardo può vivere ignaro d'ogni margine e d'ogni ostacolo che leggi del quieto e castrante vivere sociale vanno costruendo per raddrizzar le storture e riportarci su quella linea di cui non si comprende bene chi sia stata l'anima tracciante.




mercoledì 1 aprile 2009

Barba o zucchero filato?

Esseri separati che vanno a caso, una traiettoria labirintica o un binario al quale lasciar fare, farsi condurre alla meta. Ma dai sensi o dai condizionamenti?...non un bastone ma un ombrello fa vibrare con forza l'anziano in barba curata. Con buona frequenza da una altra mano, una mano non sua, accarezzata con dolcezza di figlia o di amante piena di comprensione.
Non c'era separazione alcuna tra quel volto affaticato e le dita di colei che resiste alla rigidità dell'uomo. Se le mani diventassero due, la barba metamorfizzata in zucchero filato...una leccata a passeggero, un gustare instabile, tener con fermezza uno dei sostegni è d'obbligo, insert coin, please...l'uomo con la barba andava ad installarsi al posto dell'obliteratrice, apriva la bocca per convalidare i biglietti, offriva in cambio una leccata di zucchero bianco...a chi toccherà dopo un lungo lavorio, d'arrivar a toccare con lingua la pelle ripulita dell'uomo obliteratore?

lunedì 16 febbraio 2009

In differenza


Il mio ordinario sostare in banchina - gli occhi chini sulla carta, il collo, con frequenze regolari, interessato a voltarsi verso la destra (è da quel lato che sul binario 6 arrivano i treni in direzione Viterbo), le orecchie intente a captare annunci in tono metallico pre-registrato - ha trovato oggi modo d'essere scosso, ri-destato, sconvolto da un esagitato ed inesausto picchettare di bastone sul suolo di stazione.

A tentar di richiamare l'attenzione c'era un piccolo uomo al tramonto, carico di tutti gli stereotipi del mendicante consumato: capo chino, barba incolta e vestiario dall'abbinamento casuale e s-modato, insegna al collo (indicava a grandi lettere la sua origine lontana, una Bosnia di cui si diceva profugo affamato e solo) - quasi fosse l'etichetta d'un corpo in mostra - scodella di latta nella mano destra protesa verso il vuoto, occhi persi e magrezza evidente.

Ma quel suo agitarsi gli forniva un'aura rara, l'energia che ci soccorre quando è finito tutto eppure si continua a lottare. Non aveva perso la pazienza di chiedere, non aveva ancora desistito dal compito ingrato ed umiliante d'esigere l'aiuto altrui con versi d'uno straniero piombato a Trastevere per disperazione e non per diletto, per bisogno e non per voglia d'esperire. Quel suo andamento ciondolante, chapliniano nel suo cieco e tragicomico rincorrere la benevolenza degli altri pendolari, evidenziava un'esigenza impellente, quella di chi non si rassegna e combatte l'indifferenza, quella di chi non sa come fare ma lo fa ugualmente.

Il confine tra la spinta autentica e viscerale ed il camuffamento attoriale perdeva senso in quel che sembrava un vecchio clown ridotto in cenciosi abiti ed invece era l'epifania d'un reale non contraffatto dalle mediazioni con il buon senso e la cordialità del vivere corrente.

Nell'efficacia di quella che aveva tutti i connotati d'una performance, e che si lasciava osservare come fenomeno inconsapevole dell'emersione incontrollata d'un raro gesto di verità, ritrovavo stupito il piacere di restare catturato e coinvolto nella straordinarietà del quotidiano.

martedì 10 febbraio 2009

30 Danari


Attraversando la città in una domenica di inquietudine libera, superato a fatica lo stato allergico causatomi dal fastidioso passaggio tra i galleristi di Via Giulia e poi tra gli antiquari di Via dei Coronari, trovo la mia luce inaspettata in un simil barbone dal gioviale sorriso e la barba saggia di chi d'essere artista non ha la pretesa ma quel che conta di più: il gesto libero, l'umiltà, forse quell'aura altrove perduta dietro i cancelli e le sbarre degli esercizi commerciali che non vendono arte nei giorni festivi.

L'anonimo creatore, incrociato mentre ci si inoltrava sul marciapiede che costeggia il marmo bianco dell'Ara Pacis, metteva in mostra una serie di attacchi paradossali alle convenzioni di quell'arte ormai impacchettata in procedure mercantili non diverse da quelle legate alla compra-vendita d'un oggetto prodotto in serie.
Camuffando il tutto con la sembianza d'imbattersi in casualiobjects trouvés, quel che si aveva davanti agli occhi (ed in tal caso alla forza dell'intelletto, soprattutto) era il divertito atto di chi, prendendo alla lettera lo stereotipo della magnifica Roma museo a cielo aperto, s'è incaricato di fare la sua parte e liberare così l'arte dagli spazi chiusi e privilegiati.

Dispiegava le sue opere cariche d'una giocosa sovversione del trito linguaggio canonizzato al margine della ringhiera antestante gli eterni lavori in corso che contraddistinguono la piazza Augusto Imperatore.
Ci si imbatte nelle sue opere d' oggetti raccattati per strada e si inciampa dolenti nell'ottusità di quelli che sono i nostri sistemi ricettivi di interpretazione e riconoscimento.

L'azione sacrilega del ri-considerare, dell'equivocare e fraintendere, dello spostare e dunque scomodare e spiazzare, movimento di tipica filiazione duchampiana e non meno legato a quel che proprio a qualche passo è ora in esposizione (Munari in tutti i suoi stati di ricerca, purtroppo già segnata dalla risistemazione storica: doverosa parentesi per far notare il paradosso d'un
Dont' Touch
applicato appena sotto le sue Tavole tattili, altro caso di museificazione di ciò che fu eversivo e che invece d'aprire la strada ad un nuovo rapporto con gli oggetti d'arte è finito per essere reintegrato nel sistema ed appeso al muro come una tela in cornice.), nello spirito dell'artista di strada trova una sintesi da ordinaria quieta ribellione. Non si annuncia, non si fa pagare, toglie le barriere che precludono una fruizione spontanea, si fa trovare in uno spazio non deputato e perciò assai più efficace.

giovedì 5 febbraio 2009

Parole sante

Potrebbero lasciarla morire in pace, questa Eluana! - seguitava a dire inascoltata la minuta signora dall'accento curato che sedeva, piegata su sé stessa, su uno degli sgabelli del bar nel quale mi era capitato d'entrare per il cappuccino d'inizio giornata.

Potrebbero lasciarla morire, quegli assassini del Vaticano! - proseguiva feroce lasciando solo intraveder uno sguardo che altrimenti rimane sempre a palpebre serrate, chiusa nel suo mare di rughe bianche ed accovacciata in penombra.

Nella sua fermezza sconvolgeva quelli che dietro al bancone s' imbattevano in una non prevista situazione di disagio. Non sapevano come arginare tanta rabbia se non ammiccando uno con l'altro e sbeffeggiando di nascosto quella memoria storica ad alto rischio di definitiva dispersione.

Ma lei continuava, con giornale in mano e voce inesausta, aprendo un varco sulle sue oscure origini: Dovrebbero interessarsi a me, che dormo in un buco di Piazza Pio XII, invece che perseguitar chi vuol morire. Quel pancione che è passato qui prima, è il campanaro della Chiesa di San Michele. Lo sa quanto è lucido e perfido?!

Sa chi mi ruba il denaro con il quale potrei viver dignitosamente la mia vecchiaia? Son proprio loro!

Mi aveva conquistato, mentre dicevo che volentieri sarei rimasto ancora ad ascoltarla, nel suo proferir parole con un'eleganza inusitata per un tale luogo, nel suo arrivar direttamente e senza paura al cuore della questione.

Oggi è pure mercoledì, già, e sarà pieno di stronzi e puttane a salutar quel fottuto papa nei pressi di San Pietro...

sabato 17 gennaio 2009

Sogni in piazza


Stringeva forte le mani intorno alle tasche dei jeans, poggiava con celata violenza il piede sul marmo, resisteva a fatica alla tentazione d'avvicinarsi alle due giovani sedute a pochi passi, colloquianti su come andasse cambiando, con il maturare degli anni, il loro approccio nei confronti degli uomini, incuranti di come andasse finendo, a forza di leccate automatiche ed appassionate, il loro gelato invernale, incoscienti del fatto di star facendo sognar e soffrire ad occhi aperti un piccolo pakistano con capello e sudore sulla fronte, emerso silenziosamente dalla frotta di amici conterranei, volenteroso d'andar oltre il suo misero offrir rose alle coppie felici, in cambio d'una moneta che valga da cibo per sopravvivere dignitosamente ancora un giorno all'inferno.

Passano sempre da qui, proprio da qui, i suoi sogni. E lui non può afferrarli. Son vicini eppure lontanissimi, visibili eppure intangibili, protetti da una barriera invisibile cui ancora è difficile dare un nome.

Ho intercettato il fremere ed il brillare infelice dei suoi occhi, mentre volgeva lo sguardo verso il vuoto, mentre, dando le spalle a chi gli aveva appena fatto accendere l'animo, sospirava sconfitto, mentre desisteva prudente dalla sua ansia d'approcciarsi alle fanciulle da sogno, mentre lasciava che scorressero quei pochi istanti che mancavano ancora prima che del suo voluttuoso e limpido pensiero si fossero dimenticati ed infine sbarazzati anche i suoi sensi, ormai anestetizzati ed addomesticati ad agir con simile meditata passività ad ogni esperienza di tali perfide e crude quotidiane fattezze.




domenica 16 novembre 2008

La mimica del perdente


Sam si dice sollevato che le giovanili inquietudini che gli si pongono davanti non lo riguardino ormai se non dall'esterno. L'evolversi nevrotico d'un match pone in evidenza con sfacciata crudezza la mimica del perdente, triste gesticolare d'una mente non più presente sul luogo d'azione.

Ma poi si ricorda di quando non era ancora in grado di relativizzare le sue azioni ed il tennis era più al centro del centro del suo mondo. Così seppur adesso il suo ruolo è di mero osservatore, mantenitore dell'ordine, controllore del rispetto delle regole, vigilante il lineare evolversi d'un torneo domenicale destinato a nuovi aspiranti agonisti, quel che vede si mischia con quel che ha vissuto mille volte da protagonista.

Come si declini il disappunto di fronte alla sconfitta è fatto soggettivo, ma suscettibile d'una generalizzazione e catalogazione che possa lasciare ampio spazio di consultazione a chi non sia ancora ferrato dell'argomento.

Cominciare con il parlarsi addosso, con un fare quieto eppur schizofrenico .

Scuotere il capo e farlo con forza, poiché da lì partono i tuoi mali. Perché è lassù che si dovrebbero prender decisioni ed invece ci si barcamena, ci si riempe d'incertezza e distrazione. Si indugia fino a quando il colpo non potrà portare che a sbagliare. La palla è passata, il punto perso.

Non trovar consolazione.

Allargar le braccia, alzare le spalle, scalciare nervosamente.

Imprecare accanendosi contro il santo preferito, contro il tuo stesso strumento di gioco, contro la tua stessa pelle.

La scusa è dietro l'angolo. Si tratta di te, ma è d'altro che devi occuparti se vuoi giustificarti. Colpa del campo, delle palle, del sole, del vento, degli spettatori, dei genitori, degli allenatori.

C'è qualcosa che non funziona: le gambe, il braccio o, con più probabilità, la testa.

Chi cerca d'imitar pedissequamente l'idolo amato, ricalcandone gesti e movenze, non ha che un risultato da raggiungere: scalfire la propria già traballante solidità a forza di volersi fare doppio del perfetto giocatore ammirato da lontano, struggersi nel non saper arrivare al livello voluto, a quello sperato.

Volgere lo sguardo al cielo

Non trovare soluzioni

Sotterrare le proprie ambizioni sotto un mare di errori.

Dirsi incredulo

della propria nullità

della propria incapacità

della propria fragilità.

Ci si fa capro espiatorio. Il destino gioca sempre con te? Non è possibile che capiti proprio a me!!

Quando ci si accorge di dover cambiare atteggiamento, di dover prendere provvedimenti nei confronti di sé stessi, il tempo è finito e la partita abbandonata nelle mani avversarie.


martedì 11 novembre 2008

Cosmo-teogonia d'un luogo. Il Bandana

Ci sono luoghi in cui quasi spontaneamente quel che si presume reale si presta alla nostra lente deformante e si trasferisce sul piano simbolico.

E' qui che, per diretta conseguenza, l'illusione d'aver trovato un senso (o già di essere sulla buona strada nella ricerca), la quadratura del cerchio che le tue mani nude, in continuo cammino, tracciano sui bordi di quel bicchiere che si frappone tra il tuo sguardo ed il vuoto, raggiunge insperate vette di concreta utopia.

Al Bandana Dio si chiama Antonello. Dicono di lui che abbia molto viaggiato come agente di commercio nel settore alta moda prima di stabilirsi per un'alcoolica vecchiaia in via Alessandria. Fornito d'una voce mansueta, degna della paradossale ed irrispettosa corrosività di quella del Lucci iena televisiva, agisce con una grazia oppiacea, con la serenità dei saggi dalla barba bianca e dal volto candido.

Elargisce consigli interessati su cosa metter tra i denti, dispone di chi è cliente conosciuto con l'agio del direttore dei lavori.

Se le sue mani si muovono con fare religioso, se il suo linguaggio rivela una sanguigna romanità, il suo pensiero è perennemente tra i cuscini del suo sonno, e sotto d'essi, dove è certo ch'egli custodisca il suo patrimonio. Guarda in alto, mani dietro la schiena, spalle poggiate al muro, pensando a quando potrà carezzar di nuovo il suo bottino.

Despota illuminato circondato da una corte fatta di cane al guinzaglio, moglie al lavoro, figlia in scooter nei paraggi, clientela fedele e ligia alle sue direttive, ed un numero di giovani cameriere il cui numero cresce in rapporto inversamente proporzionale alla permanenza delle stesse tra i tavoli del locale. La durata del loro contratto di lavoro è un altro dei misteri che ogni fedele sarebbe lieto di conoscere.

Tuttavia, sia lodato Antonello se è consentita sotto previa richiesta la degustazione di toast profetici, da consumare in gruppo, a piccoli morsi, solo al momento in cui la sottiletta al suo interno ritorna fredda e la pietanza fa così avvertire un piacevole sentore di raffermo.

Contraltare al Nostro, un'altra figura ha eletto il Bandana come terra per riempire al meglio quel che resta della giornata una volta che la luce solare si è data alla fuga. Un buco nero d'origine sconosciuta, di colore ovviamente uniforme, scuro in volto, così come forse in cuore, s' oppone alla solarità finora descritta.

Il suo profilo professionale ci è ignoto, ma Rocco, con mezza pinta in mano e sembianze che ricordano Salman Rushdie, barba ed occhiali a protegger da una viva emotività il suo volto, fa sempre la sua teatrale apparizione tra i tavoli del pub, a testa bassa e con attitudine sempre identica.

Nero nell'abito, buio nel portamento, s'aggira per il locale, dentro, fuori, nei dintorni, per lunghe ore. Il suo riservato contegno è quello di chi è consapevole che una certa tristezza gli è diventata amica ed ora si suppone in inesorabile espansione?

Seppur di natura ed estetica sì differente, come se il Bene ed il Male ogni tanto s'incontrassero e si dilungassero a colloquiare, le nostre due facce prendono spesso contatto, s'avvicinano, fanno il punto della situazione sulla soglia d'ingresso.

Poi c'è Ariel, non un ologramma della sirenetta di disneyana memoria, ma un sano ingenuo elemento riequilibratore di quei profitti che altrimenti sarebbero troppo sbilanciati a favore delle finalità affaristiche del Signore del luogo. Lo si vede trafficare tra le luci al neon della cucina, ma nel pomeriggio si sposta dietro il bancone, ed è nei pressi della cassa che dà il meglio di sé.

Come a vigilare sul bere giornaliero, un uomo dinoccolato e perso passa ripetutamente nei pressi degli ingressi del locale, lanciando i suoi occhi fin oltre le sue orbite, ansioso di vedere o agitato dal suo aver troppo visto. Barba incolta, sguardo furioso ed allucinato di chi sa di continuo inveire contro i noti santi e la madonna per la sciagurata esistenza nella quale è ora o tuttora imprigionato, egli compie un percorso circolare, circumnavigando l'isolato e riproponendosi dunque sempre nella stessa direzione. Egli ripassa, non ritorna.

Quella tracciata è solo una breve e parziale cavalcata tra le figure umane di questo luogo dove si mescolano con naturalezza gesti dal sapore divino e quotidiano alcolizzarsi da Guiness Pub.

Nuovi episodi seguiranno, se ci sarà lecito sopravvivere all'impatto con i piatti del giorno, il cui prezzo rimane ignoto alla massa dei fedeli clienti fino all'ora in cui un dolcetto al cocco addolcisce l'amaro, fino al tempo in cui uno scontrino comunica quanto cari da pagare saranno i nostri peccati.



venerdì 3 ottobre 2008

Cartografia mentale d'un ritorno


Cartografia mentale d'un ordinario percorso di ritorno

Tappe successive d'una corsa verso l'illusione del riposo


17.00 – partenza dal Circolo Casetta Bianca. Borsa e coscienza sulle spalle


300 passi a piedi in ripida salita


Salto mortale nel traffico di Via Cassia: attraversamento lontano da strisce e semafori

In banchina, in panchina: signora insospettabile, venerabile per quantità di rughe sulla pelle, compie gesto inconsulto e getta cicca di sigaretta tra i binari


17.14 – FM3 La Giustiniana . Treno in direzione Roma Ostiense.

Sole al tramonto dritto negli occhi. Come è forte, quanto è salda, la mano enorme della statua nera. Tiene in braccio con mitezza la figlia. Non accenna ad altra azione che non sia

quella di guardarsi i piedi con composta insistenza

Due dita a coprir le labbra, il pollice ad accarezzare il mento. La giovane disordinata con la quale condivido il viaggio stuzzica i denti, stuzzica i passanti


17.36 – stazione metro A Valle Aurelia.

5 lunghe rampe di scale per finire ampiamente sottoterra.


Un treno semivuoto in direzione Sud. Occhi bassi su nuove pagine da leggere. Il free-press Ventiquattrominuti fa da catalizzatore e monopolizza quasi tutti gli occhi provvisti

d'altra carta stampata. Radi i libri tra le mani, rari i quotidiani del mattino.

Volti esausti fanno esercizio di resistenza


Con lenti nerissime ed umore ancora più cupo, la passeggera che mi sta accanto sfoglia selvaggiamente e con il meritato irrispetto un DiTutto infarcito di provinciali gossip


  1. – Stazione Anagnina, capolinea metro A

    Un bicchiere di latte freddo al bar più lontano.

    Constatazione amara del degrado della fauna degli avventori

    Avanzano nuove generazioni ignare d'ogni cultura libresca


  1. 39 – 551 bus direzione Vigne di Morena


Fai vincere Roma, Rutelli sindaco, è manifesto sbiadito, è proposta stracciata che ancora campeggia logora sui muri d'un cavalcavia


Mescolarsi del rosso del cielo al fondo di giornata con l'eguale tinta presenta sul semaforo


18.55 – via Castelsilano. Fine del tragitto.



lunedì 8 settembre 2008

Ci sono Io

Guardare. Pensare a guardare. Pensare di guardare.
Osservare. Guardare vedere. Osservare attentamente.
Io guardo te mentre vedi qualcuno che osserva uno spettatore.

Tentativi di varia natura di sopravvivenza ad una notte in nave senza che un letto o una poltrona sicura possa far da confortevole giaciglio.
Spalle al muro, aria condizionata incline a raffreddare ogni residuo di bollore estivo, con il pallido progetto di dormire su due poltrone da bar, sento lontane le eliche del traghetto che mi trasporta/ri-porta in Italia.
Poltroncine a schienale basso e media morbidezza. Finta pelle, tinta unica, azzurra o rosa.
Attorno ai tavoli circolari principalmente teste dormienti.
Dal mio punto privilegiato, pochi passi a sinistra del plasma a voce greca piazzato dove migliore è la visibilità per tutti gli avventori del bar, posso osservare.
Dall'angolo sinistro, in basso.
Coppia di cinquantenni. Già spenta. Lei copre anche il capo con una giacca a vento nera. Le gambe si allungano sulla poltrona che le sta di fronte.
E poi
C'è chi si abbandona a lunghi sbadigli. Chi, rassegnato alla scomodità, fissa dritto il vuoto che attornia i suoi piedi.
C'è chi fuma ad occhi chiusi, chi legge stancamente aiutandosi con lenti spesse colorate.
C'è chi di due poltrone ha fatto un letto.
Chi si copre con felpa. Chi dorme inclinando il capo, violentando il collo, accavallando le gambe.
C'è chi rimane a piedi nudi e chi conserva calzature pesanti. Chi fa il punto della situazione insieme ad un caffè, un collega, un pacco di Marlboro a fargli da trottola.
C'è chi chiacchiera. Chi dubita che sia permesso sostare in questo ambiente per l'intera notte. Ch'è chi dall'alto d'una giovane età ha bevuto troppo, s'indigna di non esser capito nella sua strana lingua, chiede un'altra vodka, finisce a camminar barcollando, a dormire in piedi.
C'è chi fuma l'ultima sigaretta. Chi si lecca i baffi pregustando una notte diversa, c'è chi spinge lo sguardo a terra e cerca uno spiraglio per i propri piedi. C'è chi ha voglia di baci anche a tarda ora. Chi s'innaffia il volto bevendo birra in lattina. Chi fa tintinnare lo scacciapensieri corfiota che fa roteare tra le dita.
C'è chi cambia posizione. Chi non l'ha mai trovata. Chi s'infila nel proprio sacco a pelo. C'è chi scrive con frenesia. Chi finisce di vedere Sex&the City alla tv. Chi si trastulla con il portatile. Chi aggiunge una maglia alle spalle infreddolite. Chi legge ad alta voce servendosi di lenti d'ingrandimento.
C'è chi ricapitola tutto il cibo ingerito durante la vacanza. Chi tra malinconia e solitudine s'autoscatta. Chi gioca meccanicamente a carte. Chi progetta ad alto volume il suo prossimo futuro delimitando lo spazio utile al riposo del corpo. C'è chi al bancone attende, schiena curva, barba bianca, occhiaie notevoli, che ancora qualche cliente chieda il suo aiuto. C'è una madre vigile che cura il sonno della figlia.
C'è qualcuno che tira ancora fuori del denaro. Chi passeggia nervosamente. Chi fa conoscenza. Chi arriva da un'altra stanza. C'è chi sbircia l'attività altrui. C'è un telefono che squilla. Più di una lingua corre nell'aria. C'è chi starnutisce. Chi sbadiglia. Chi si tiene la testa tra le mani. Chi ha mille pensieri in testa. C'è chi aspetta che io finisca per poter leggere ciò che ho scritto.
Ci sono Io.