mercoledì 10 settembre 2008

Entrare


Posso entrare?

Prego, si infili pure dove solo a lei è consentito l'ingresso.

Quasi tutto, ogni azione del relazionarsi sociale, intimo o ufficiale, bieco o elegante, illegale o regolare, ruota intorno a questa emblematica questione.

Entrar a far parte d'una classe, d'un gruppo, d'una casta, d' un'associazione, d'un circolo più o meno chiuso, d'una nuova famiglia. Valicare un monte, penetrare un corpo, oltrepassare una frontiera, immergersi in acqua, condividere lo spazio privato d'un pensiero, afferrare un'idea. Tutte azioni che rientrano nell'ordine dell'entrare.

Gli spazi chiusi che il regime di Proprietà privata impone legittimano tale dinamica, peregrino movimento collettivo ed individuale, dell'entrare e dell'uscire, del passare da un ingresso per finire in un altro, inedito o già conosciuto, ambiente.

Se spesso il passaggio è segno emblematico, cerimoniale e “storico” d'un dirigersi verso un'altra fase della propria esistenza, capita a più riprese, con frequenza progressivamente crescente, che questo spostarsi, trasferirsi, ri-locarsi, avvenga in modo tanto oscuro o impercettibile da non esser notato che a posteriori, quando la scia dell'azione è ormai visibile solo ad enorme distanza dal soggetto che l'ha compiuta.

La soglia da varcare, oltrepassare o viceversa da non toccare, da temere, è spesso più di livello psicologico che di natura fisica.

La fascinazione irresistibile verso ciò che è celato dietro la siepe, ciò che la vista non raggiunge con il solito agio, il solito acume, è molla emotiva di enorme vigore, capace di far viaggiare l'immaginazione verso lidi lontani.

Il discorso sui limiti interessa tutto il rapporto dell'individuo con l'autorità, quella statale, quella divina. Il senso della misura si scontra con la necessità di esagerare, il disumano voler non accontentarsi sfonda ogni buon senso per avventurarsi nel buio, nel varco lasciato vuoto dai manuali di visita pre-organizzata.

L'impervio cammino verso quel che c'è dall'atro lato irrompe come punto di domanda insistente sulle forme di vita possibili ove la vista non arriva. L'accessibilità al sapere, il suo progresso si disegnano dunque come una serie di porte chiuse a chiave da forzare, sfondare, eliminare, superare.

Una porta chiusa, la più muta o la più fascinosa, assume la significazione di barriera verso il conoscere, ed insieme diventa il nutrimento più grande per chi ama nutrirsi d'immaginazione.

Rubando sagge beffarde parole a Donald Barthelme, "Se il desiderio sparisce istantaneamente non appena la soddisfazione diviene facilmente accessibile, l'ondata della libido raggiunge il culmine solo alla presenza di un ostacolo".

L'antro oscuro, profondo o esperibile in superficie, difficilmente raggiungibile, inafferrabile, che una porta, una finestra, un ingresso costituiscono agli occhi e ai sensi di chi fa l'esperienza di meditarci per qualche istante davanti, agisce sull'intelletto come formidabile fertile impedimento creativo.

martedì 9 settembre 2008

Sam potrebbe essere esposto a rischi




Gli aggiornamenti al suo sistema nervoso non sono disponibili al momento.
L'opinione più diffusa è che l'accesso con il mondo non sia stato effettuato nel modo più corretto.
Si tratta di errori non ben ricostruibili nell'ordinaria attività di caricamento pagine mentali.

Al momento dell'azione i funzionari ed i custodi della legge lo ammoniscono con un ripetitivo: Impossibile, per un elemento sovversivo come lei, eseguire serenamente l'operazione richiesta.

Sam si accorge così che la sua connessione con il variegato ed ostile universo circostante è soggetta ad ostacoli di diversa natura, impedimenti non sempre comprensibili che finiscono per renderla limitata o assente.

Quando sopraggiunge, nel suo curioso spirito indagatore, la voglia di inoltrarsi oltre il recinto del già visto ed esperito, più in là del popolarmente disponibile, del facilmente acquistabile, il sito verso il quale si spingono le mire conoscitive, si autoproclama come probabilmente, inspiegabilmente non essere disponibile al momento.

Capita a più riprese che problemi imprevisti sappiano rendere di colpo impossibile l'applicazione, l'attuazione, l'esecuzione in forme non solo ideali di quei vaghi movimenti del cuore e dell'intelletto che prendono il nome di intenzioni creative.

Si inizia così a dubitare che il periodo di prova sia forse giunto ormai al suo termine, che sia ora di procurarsi una versione adulta e matura del proprio Io, che le password d'accesso ai tesori di un certo sapere, di cui si faceva uso fino a poco tempo addietro, siano ormai obsolete, decrittate da troppi e non più valide per districarsi nella sfera del vivere non zoppicante.

Sarebbe il caso di eliminare qualche files in maniera definitiva?
E' proprio sicuro di voler uscire da questo sistema o pensa che le riparazioni possano andare avanti senza danneggiare elementi del passato?

Spegnersi o riavviarsi?

lunedì 8 settembre 2008

Ci sono Io

Guardare. Pensare a guardare. Pensare di guardare.
Osservare. Guardare vedere. Osservare attentamente.
Io guardo te mentre vedi qualcuno che osserva uno spettatore.

Tentativi di varia natura di sopravvivenza ad una notte in nave senza che un letto o una poltrona sicura possa far da confortevole giaciglio.
Spalle al muro, aria condizionata incline a raffreddare ogni residuo di bollore estivo, con il pallido progetto di dormire su due poltrone da bar, sento lontane le eliche del traghetto che mi trasporta/ri-porta in Italia.
Poltroncine a schienale basso e media morbidezza. Finta pelle, tinta unica, azzurra o rosa.
Attorno ai tavoli circolari principalmente teste dormienti.
Dal mio punto privilegiato, pochi passi a sinistra del plasma a voce greca piazzato dove migliore è la visibilità per tutti gli avventori del bar, posso osservare.
Dall'angolo sinistro, in basso.
Coppia di cinquantenni. Già spenta. Lei copre anche il capo con una giacca a vento nera. Le gambe si allungano sulla poltrona che le sta di fronte.
E poi
C'è chi si abbandona a lunghi sbadigli. Chi, rassegnato alla scomodità, fissa dritto il vuoto che attornia i suoi piedi.
C'è chi fuma ad occhi chiusi, chi legge stancamente aiutandosi con lenti spesse colorate.
C'è chi di due poltrone ha fatto un letto.
Chi si copre con felpa. Chi dorme inclinando il capo, violentando il collo, accavallando le gambe.
C'è chi rimane a piedi nudi e chi conserva calzature pesanti. Chi fa il punto della situazione insieme ad un caffè, un collega, un pacco di Marlboro a fargli da trottola.
C'è chi chiacchiera. Chi dubita che sia permesso sostare in questo ambiente per l'intera notte. Ch'è chi dall'alto d'una giovane età ha bevuto troppo, s'indigna di non esser capito nella sua strana lingua, chiede un'altra vodka, finisce a camminar barcollando, a dormire in piedi.
C'è chi fuma l'ultima sigaretta. Chi si lecca i baffi pregustando una notte diversa, c'è chi spinge lo sguardo a terra e cerca uno spiraglio per i propri piedi. C'è chi ha voglia di baci anche a tarda ora. Chi s'innaffia il volto bevendo birra in lattina. Chi fa tintinnare lo scacciapensieri corfiota che fa roteare tra le dita.
C'è chi cambia posizione. Chi non l'ha mai trovata. Chi s'infila nel proprio sacco a pelo. C'è chi scrive con frenesia. Chi finisce di vedere Sex&the City alla tv. Chi si trastulla con il portatile. Chi aggiunge una maglia alle spalle infreddolite. Chi legge ad alta voce servendosi di lenti d'ingrandimento.
C'è chi ricapitola tutto il cibo ingerito durante la vacanza. Chi tra malinconia e solitudine s'autoscatta. Chi gioca meccanicamente a carte. Chi progetta ad alto volume il suo prossimo futuro delimitando lo spazio utile al riposo del corpo. C'è chi al bancone attende, schiena curva, barba bianca, occhiaie notevoli, che ancora qualche cliente chieda il suo aiuto. C'è una madre vigile che cura il sonno della figlia.
C'è qualcuno che tira ancora fuori del denaro. Chi passeggia nervosamente. Chi fa conoscenza. Chi arriva da un'altra stanza. C'è chi sbircia l'attività altrui. C'è un telefono che squilla. Più di una lingua corre nell'aria. C'è chi starnutisce. Chi sbadiglia. Chi si tiene la testa tra le mani. Chi ha mille pensieri in testa. C'è chi aspetta che io finisca per poter leggere ciò che ho scritto.
Ci sono Io.

domenica 7 settembre 2008

La testa al posto

Ha perso la testa? In caso la trovasse, pensa di sapere ancora dove metterla?

E' sicuro di poterne rintracciare a breve le sue attuali oscure coordinate?

In caso la ritrovi prima che scoppi, veda di rimetterla a posto!

Di ri-metterla alla sua funzione di parte pensante del binomio notevole corpo-mente


Metta la testa a posto, la sposti con delicatezza.

Non è più consentito, alla sua matura età, di tenerla ancora lontana dalle sacre regole del vivere civile, sociale, organizzato.

La metta sotto qualche etichetta, la riponga dentro uno dei barattoli preposti a ferreo uso regolatore dall'ordine costituito.


O meglio, ribaltando utopisticamente l'ordine delle cose: metta la testa nel posto che preferisce.

La metta in uno di quei posti in cui possa dirsi indipendente.

Dal corpo e dal corpo socio-giuridico.

La faccia diventare testa non condizionata.

Usi la sua testa. Si accorga di averne una.

La incastri tra il mondo e l'Io. Ma non si faccia incastrare!

Faccia a testate con i meccanismi coercitivi, quelli che s'arrogano di parlare di vie giuste e di relazioni normali.

Ripari la sua testa se attualmente soggetta a sbandamenti, incrinature, mal funzionamenti.

La ripari o la metta al riparo.

Non la lasci mai sola!

sabato 6 settembre 2008

Si metta scomodo


Si metta scomodo, la prego!
Non vorrei si addormentasse subito!
Cerchi di impedirsi un regolare soporifero soggiorno su questa poltrona.
Tenti piuttosto di saggiare le posizioni più bizzarre e ostiche.
Le consiglio qualche sana inversione dell'alto con il basso e del soffitto con il pavimento.
Non usi tappi per le orecchie, potrebbero appiattire fino allo zero l'ascolto del mondo esteriore.
Non provi a poggiar il capo su una superficie morbida.
La comodità è periglioso cuscino alla creatività intellettiva.
Digrigni i denti per la fatica, rimanga sotto la più infernale pressione per tutto il tempo che la sua pazienza le consente.
Non faccia uso di sostanze che facilitino il sonno della ragione, potrebbe accorgersi troppo tardi d'aver bruciato per strada più tempo del possibile previsto.

giovedì 4 settembre 2008

Isole


Autarchici intenti isolani. Autentici proclami da permanent vacation. Risoluta e decisa volontà d'autosufficienza. Isolarsi. Farsi isola. Finirla con i contatti, i link, le news. tuffarsi.
Poi far riemerger il busto e a palpebre serrate sentire i propri fianchi carezzati dall'acqua così come lo sono giornalmente, eternamente, le spiagge e le rocce sulle quali passo ora la fine d'una stagione.
Qualche imbarcazione attracca ad intervalli irregolari ai miei porti. Mi perlustra, mi indaga. Cerca di scoprirmi. Se ne va in silenzio o persiste. Quali tesori o quali asperità presentino i miei confini cutanei sono solo tali esploratori (esploratrici?) a saperlo. Ad un’isola non è dato di conoscere con esattezza i propri confini, i propri limiti, le proprie capacità. Un’isola sa solo che intorno a se stessa c’è qualcosa che ne circoscrive e condiziona l’agire, o che piuttosto preserva un alto grado di libertà alle azioni svuotate della paura del nemico “altro”.
Essere isola per girare intorno a me stesso. Nutrirmi dei frutti che l'Io propone. Eleggermi sovrano e sacerdote del tempio inedito o forse già mille volte crollato dell'ego ( -centr-) ismo. Mettermi al riparo. Non farmi cercare piuttosto che non farmi trovare.

lunedì 1 settembre 2008

Il mio inciampare quotidiano


Credo in una sola mossa, il procedere interrotto dei propri passi.

Quando non prendo sonno, inciampo. Colto da maldestria, mal destrezza acuta, moltiplico gli ostacoli inevitabili verso i quali i miei sensi e il mio corpo mi spingono.

Non cado, ma ci provo a ripetizione. Lo faccio con una certa dedizione. Arrivo ormai fino all’istante in cui il baricentro si trasferisce lontano da me e mi invita a crollare a terra. Difficile, terribile cadere. Comprendo ora con maggiore cognizione di causa quel dilagare di monumenti ai caduti in ogni piazza nei nostri centri abitati. Tali figure dalle sembianze eroiche hanno compiuto quel passo squilibrato che ancora alle mie capacità non è consentito raggiungere.

Dopo l’inciampare, logica vorrebbe che ci fosse il cadere. Ma in tempi di carestia dell’argomentare rispettoso del rapporto causa effetto, in un momento in cui la ragione ha deciso di andare in vacanza a tempo indeterminato, la mia attitudine è quella dello stare ad un passo dal passo del cadere.

Inciampare. Baluardo principe all'indifferenza, evidente o celata, del passare a lato, dell'evitare lo scontro con passo felpato, del trovare scuse atte a sgusciar via dalla realtà con la quale dovresti sbatter contro.

Forse inconscio precursore della nuova figura disegnata dallo sceneggiatore divino, a metà strada tra l’epico e l’eroico, tra il comico ed il grottesco, quale inciampatore provetto tengo la pianta dei miei piedi tanto bassa da scontrarsi frequentemente con ogni superficie ornata di dossi, o segnata da concavità e convessità anche di minima rilevanza.

Tengo basso il mio profilo ma sempre alte e vigili le mie antenne.

Se il corpo a passeggio si presenta come un organismo sonnacchioso, i miei sensi vivono d’un eterno ribollire.

Se in caso di caduta rischi seriamente di farti male, , inciampare risulta piuttosto un lieto avvertimento,tutt’al più un avviso di tempesta cui si può ancora porre rimedio.

L’inciampo, non più controllabile, s’espande a macchia d’olio, interessa ogni campo d’azione.

Inciampo dunque sul marciapiede, nell’atto di salir le scale, ma anche nella lingua, nelle parole. Inciampo in un malinteso o in un equivoco, in un incidente di percorso, in una giornata sbagliata o in una cattiva amicizia.

Inciampo in sguardi curiosi, indagatori, intenti a trapassare le mie difese, a prendersi gioco della mia stabilità. Ho più problemi a riconquistar l’equilibrio (o controcorrente esulto nell’averlo perso) se inciampo nell’amore. In tal caso le tue linee d’interesse tendono a converger tutte verso un punto vicino o lontano, un punto che ti spingi a chiamar musa e che agisce nei tuoi confronti come una calamita (o una calamità?) sorridente incantevole e misteriosa.

Con viva gioia ed altrui geloso clamore riesco a tratti nel compito supremo, inciampar nella vita, senza premeditazioni, senza precauzioni, senza protezioni di sorta.

Come l’accendersi improvviso d’una luce, come un fulmine che ti colpisce in fronte, questo raro accadimento destabilizza con virulenza, incrinando la certezza del mio passo.

Questa sinistra assenza di destrezza ti fa ridisegnare la traiettoria del tuo essere al mondo. Come un girare pagina mosso dal caos più che dal progressivo dispiegarsi dei numeri, come l’aggiunger in fin di frase un’esclamazione dissonante con la logica del discorso, inciampi nella vita. E cambi.