
Manco a farla apposta.
Cantiere in de-costruzione


Alla rincorsa del vento perduto. Contro il tempo, alla ricerca dello shock da tempesta. Da esondazione degli animi sopiti, fuori dagli argini del torpore.
Nell'entusiasmo tanto cupo quanto peterpanesco del non sapere cosa ci aspetta e proprio perciò di volerlo scovare.
Trovare prima di progettare di cercare. Fertilizzare i propri esangui stimoli con la rottura della catena ordinaria dei propri passi appassiti. Slalomeggiando tra gli ostacoli della ripetizione e della disillusione.
E lui, dietro, silenzioso e fumante, a risponder con un beckettiano “Sto aspettando” all'ordinaria domanda del “cosa stai facendo”.

Siamo noi il presepe vivente! Nel frullato delle feste, in un ripetuto day after, nel protrarsi delle notti e nell'assottigliarsi della luce, nella convalescenza instabile da ritorno a casa, nel gioco del ripetersi differente dei propri passi. Tra alluvioni alcoliche che confondono i piani, metton la testa fuori dal solito posto, rinegoziano le gerarchie tra lancette d'orologio e battito interiore.
Cercatori distratti e ostinati del senso incompiuto, riuniti in un punto di ritrovo per perdersi meglio arrivando fino alla fine della prossima alba.
Tra galleggianti e schermi protettivi, tra proposte e date di scadenza, tra mattonelle occupate da vite passate e sedie barcollanti. Tra storie di gatti e di coppie. Tra un “a che punto c'eravamo lasciati” e il “com'è bello adesso esserci ritrovati”.
In uno spazio-tempo di s-frenato raccoglimento, aspettando l'esondazione della volontà fuori dagli argini della cordialità, scontrandoci con lo stappar sugheri bucati a morte, con il concerto di voci volti e storie intorno ad un cerchio, con il passeggiar disinibito d'uno sguardo verso l'altro, con un “ quale musica stanno ascoltando le tue orecchie”, con uno shalom con h a sorpresa o con un “cosa dire, chi meglio di Tarantino può travolger la storia e lo spettatore!”.
Apriamo le finestre, c'è bisogno di aria affinché i sentimenti possano rischiare di contagiarsi con la dovuta facilità!
E allora, quando ci vediamo per tutto il tempo che ci resta o per tutta la vita che abbiamo davanti?

La sicurezza è un pretesto. Per erigere steccati, alzare barriere, per generare paura: paura di perder i propri posti, i propri privilegi, la propria sicurezza!
La sicurezza è un pretesto per edificare nuovi muri, per negare chi coltiva diversità, per impedire che voci fuori dal coro si possano ancora far sentire.
La sicurezza è un pretesto per depistare l'attenzione, per fomentare l'insicurezza, per turbare i rapporti interpersonali.
La sicurezza è un pretesto per nutrire l'arroganza, per crear nuovi cortili di potere, come quella Piazza Colonna vietata al transito dei cittadini, circondata da transenne e gendarmi armati e sempre allerta ogni (rara) volta che alla Camera di Montecitorio si gioca la recita dei nostri (?) rappresentanti.
