
Quel che serve è sempre lì, dove l'ingresso è sbarrato e l'orario di visita non coincide mai con le tue necessità...
Cantiere in de-costruzione
Nel riaffacciarsi al passato e nel affrontar il presente Sam s'accorge d'esser un esperto, seppur maldestro, collaudatore di campane di vetro. Nei suoi trascorsi da ricercatore di luoghi ideali, ne ha provate tante di queste mete mentali nelle quali ha pensato o gli è stato fatto credere si trovasse la salvezza, o quanto meno la serenità.
Allevato nei canonici edificanti ambiti della Chiesa e della famiglia, crescendo è passato dal rettangolo d'un campo da tennis ai labirintici sentieri del bosco aspromontano, dall'ovale della pista d'atletica alla volenterosa diligenza della stanza di studio, dalla scelta interattiva e vacanziera del videogiocare all'immersione nell'immensità dell'acqua salata. Dalla sala buia del cinema alla pagina bianca del quaderno. Dall'idea di cultura a quella di progresso. Dal pensiero di comunità a quello di individualità.
Come volatile che, spinto dal vento della fiducia, incautamente finisce per rinchiudersi in gabbia, Sam è entrato in ognuno di questi contesti con l'ingenua cecità di chi pensa d'essersi accomodato nella più comoda poltrona di cui si potesse attestare l'esistenza.
Eppure, nell'ebbrezza del sentirsi sicuro ed al contempo senza limiti apparenti, nella presunta autosufficienza del dirsi “l'importante è portarsi l'occorrente!”, poco alla volta ci si accorge che lo stare in campana va a cozzare duramente con la possibilità d'un allargamento.
In effetti le pareti non mancano, e, se sono trasparenti, non per questo si presentano meno pericolose. Anzi a tratti si rivelano, se possibile, più ingannevoli. Quando, con la tua fragile impalcatura, vai passeggiando nella più lieta spensieratezza, ecco che allo scontrarsi con una di esse puoi frantumare tutto ciò che ti permetteva di mantenerti in piedi.
Un'incrinatura e poi una frattura, non si può mai restar al sicuro. La vita sa entrare, irresistibile e pericolosa nella sua sorprendente a-sistematicità, anche nell'universo che pare più chiuso ed impenetrabile. Lì dove eri certo di avere tutti i mezzi per sopravvivere nell'autarchia, e dove invece non si ha una ragion di essere se non nel contatto con gli altri.
Stare nei dintorni ma non far solo da contorno.
Stare ai margini. Della chiarezza e della certezza.
Sostarci a lungo e parcheggiarci lì il pensiero. Appuntare tracce di quel che mi attraversa, mentre m'incarico di leggere e mi ritrovo, distratto, o meglio attratto altrove, a non farlo.
Prendere un libro e scriverci sopra, raddoppiarlo, farne altra cosa. Riempire gli spazi e giocare con essi, navigando ai margini e facendo di questi il centro. Della tua tensione e della tua attenzione.
Prender un libro e viverci sopra, appropriandosene, non per decorazione, non per distrazione, ma con ambizione d'avventuriero e di guerrigliero alla conquista del vuoto. Saturar questo spazio bianco, stratificarlo ed al più decoroso candore sacrificarlo.
Ci penso. A legger Panchine non posso che imparar a bivaccar meglio che mai sulla pagina. A moltiplicare i miei luoghi di sosta. Dentro e fuori il testo.
Sam si riempe di eventi che ne affollano sino alla quasi saturazione le capacità di situarsi con una minima certezza in un dato contesto, in una data fase relazionale, con sé stesso, con gli altri, con il mondo.
Sam rimbalza da un'occasione all'altra con disperata volontà di non risparmiarsi, con spirito tragico, lottando contro il tempo, contro la pigrizia, contro l'appiattimento del risolversi ad una sola attività. Fa dell'afferrare il suo gesto privilegiato. Si tratti semplicemente d'un tratto inedito, d'un verso prima ignorato, d'una illuminazione fatta di pochi istanti, d'uno starnuto che spezza gli incantesimi, un silenzio che alza muri, una risposta ad una domanda mai posta, una domanda senza risposta, un altro punto di vista, infine una vista senza più punti.
Sam salta gli steccati e rompe gli schemi. Ma dall'altra parte il rischio corrente è d'imbattersi nel vuoto, la minaccia obbligata è d'accorgersi d'esser stati per troppo tempo sospesi, ad un filo, ad un ritmo, ad una idea, ad una speranza, alla più grande intemperanza.
E così di colpo si cade, poiché al demolire non sempre segue un'azione eguale e contraria. Così s'avverte uno sfiancamento, un continuo vagheggiare il miraggio dell'equilibrio, della giusta distanza, della bilancia mentale, della posologia più corretta, dello sviluppo più sostenibile, della segnaletica metaforizzata ad uso più ampio. Così nell'assottigliarsi delle energie, nell'incapacità di ricapitolare, nell'insostenibilità d'abbracciare il tutto, nella fermezza del non saper scendere a compromessi, Sam s'avvia in terra desolata, dove, abbandonato delle sue sovrastrutture, sarà destinato a lotta alla pari con sé stesso e nessun altro.
Nessun annuncio, nessuna insegna, nessuna consegna. Non più ore da contare, non più scadenze da rispettare, non più coincidenze da afferrare. Sam sceglie il deserto per smarrirsi definitivamente e poi de-costruirsi, ritrovarsi e riconquistarsi.
Attraversato ed interessato da cristologie antiche e moderne, - Pasolini Che Guevara Lennon Jesus was an homeless - comincia il suo percorso nelle dune vuote, senza punti d'informazione, senza esortazioni alla formazione, senza note a piè di pagina, senza vigili né vigilanti. Senza la tentazione di passar ad altro per necessità di non approfondire abbastanza, ma con la pressione di dover riferirsi a sé stesso.
A noi, ingenui dissimulatori,
apprendisti felini in via di
dis-umanizzazione
vogliosi di ribelle disimpegno e
di pregevole inutilità,
l'ipotesi sorniona ed astuta
del farsi gatto!
Aderire al suo dolce far niente
alla sua sonnacchiosa genialità
alla sua amorale freddezza
alla sua studiata pazzia.
A noi il coraggio dello sbadiglio
la sagacia dell'agguato.
A noi il passo lento
lo sguardo insubordinato...
Depongo le mie uova, son solo parole. Compongo deposizioni. Depongo composizioni. Che qualcuno forse coverà, con rancore o con amore. Che qualcuno forse romperà, con cupidigia o con alterigia.
Sotto una cotenna che è fatta di lustrata apparenza si cela l' arrovellarsi feroce d'una anima in gabbia. Intorno a quel patto di non belligeranza che rende mansueti educati diligenti, coltre di fumo democratico oltre il quale è difficile incaricarsi d'avanzare, giochiamo alla guerra dei sogni.
Dimentichi del nostro spirito vitale e ben disposti ad accomodarci in luoghi deputati, in recinti assegnati, ci compiaciamo della nostra comoda poltrona. Da lì partiamo, sconfiniamo, evacuiamo.
Per approdare sull'isola che non c'è.
Per approvare, sull'isola stessa, che non c'è più niente da fare se non delirare.
Poiché oltre al cliente, all'utente, al paziente, pare che, per dirsi presente, non sia restato altro che fare il demente.
Dell'evoluzione così mal ridotta è bene ormai che s'inverta la rotta. Non altre parabole edificanti, ma brillanti ed appassionanti progetti de-pensanti.
Che al costruire si opponga la migliore delle imprese di demolizione.
Che al proseguire faccia fronte il più abile dei movimenti di retrocessione.
Consci che per la manutenzione ci siamo negati alla dissipazione, per la comunicazione abbiam sacrificato la ricerca dell'illuminazione, per la conservazione abbiamo ucciso il piacere d'ogni gaudente partecipazione, scegliamo per una volta di eccedere dell'eccellenza e consegnarci all'esigenza di viver di corporea e di insana preferenza.
Con divisione e nell'indifferenza, in condivisione e con differenza, facciamoci arma stridente e poi spiazzante, manifesta(ta) mente ingombrante assordante destabilizzante.
Una volta e per tutte, non aderente ma dissonante.