lunedì 21 febbraio 2011

Frontiere


Dove non ci sono le frontiere, spesso s'innalzano i muri, che sono il contrario della frontiera.

Il muro, infatti, nasconde l'altro, mentre la frontiera lo riconosce.

Régis Debray



Adesso che abbiamo occhi per vedere quello che non esiste, ci rendiamo conto che alle frontiere non ci sono più insegne identificative, di quelle che imbavagliano il percorso indicandoci pretenziosamente il cammino.

L'utopia inafferrabile è nel varcare la soglia, superare le frontiere, superarsi per finire in un territorio non insediato da un immaginario prestabilito (pre-avvilito), ovvero lì dove non si possa più sapere da dove si viene e da dove si va, e il territorio sia occupato solo dal proprio corpo. Lì dove i segnali non possono più dirci niente.

Non si sa dopo quale passo inizi l'aldilà del percorso consentito. Arrivi di fronte all'orizzonte, pensi che l'attraversamento e lo scavalcamento di campo siano ancora ciò che rende clandestina, ardita e inaccettabile la tua volontà.

Sulla via del mistero, del più contrito e timoroso “sai quel che lasci, non sai quel che trovi”, le direzioni vengono meno, nessuno che ci impartisca tappe di riconoscimento forzato, vie crucis identificative, visti d'ingresso, permessi di soggiorno, carte d'imbarco, vie d'uscita o di fuga.

Non un ostacolo, ma una risorsa, accorrono le frontiere della visione, spazi liminari senza indicazioni valide per riuscire ad andare al di là del passo che stai compiendo. Valichi da sormontare con gli occhi, nei pressi di quei celebri spazi in-terminati al di là da quella.

Non accettando i confini, dunque, farsi sfrontati. Evocare ogni passaggio possibile. Irriverenti. Imprevedibili. Imprendibili. Inafferrabili. Invisibili.


mercoledì 9 febbraio 2011

Sovr-Impression


Parzialmente rasato così come affamato, così come stremato. Certamente dissennato. Cadavere squisito della mia (di)s-carica ragione. Fuggiti via quei balzi in piedi stracolmi d'entusiasmo, restano interminabili raffiche e il ricominciar canceroso. Furti d'autore e puzzle di vicende disorientanti. Di troppa lucidità s'annega. Trovare una configurazione adatta prima d'andare in avaria.


Pa(r)tire allora con un altro di questi resoconti poco oggettivi, d'un diluvio dolce e incantato inaugurato dal Cortazar manoscritto trovato in una tasca, incroci labirintici, speranze disperate della coincidenza co-incisione delle linee. Un incidente quello dell'incidere con il caso. I migliori appuntamenti sono quelli che non ci si dà. Vederla prendere la sua direzione e non poterla seguire.


Incrociare le braccia o gli sguardi. Le dita. Rotture e regole del gioco. Del giogo piuttosto. Di come cadere in trappola da soli e poi uscirne fuori insieme. Non facendo altro che cercarsi. Per perdersi meglio. Approfonditamente. A sprofondata mente. Non possiamo separarci così prima d'esserci incontrati. Scenderai da lassù quando vagheremo nel fondo del pozzo?


Il suo sorriso le aveva fatto male, voleva seguirla fino alla fine di questi giorni, di questa vita e oltre. Fino all'ultimo e altrove. Tra quegli spazi antonioniani rarefatti mistici desertici di Zabriskie Point, prima della celebre ipnotica deflagrazione finale, lì dove i corpi si amavano perché ultimi esemplari d'una faccenda ormai estinta, quella dello stringersi la mano senza pensare al futuro, quella dell'abbracciarsi al presente.


Le trasgressioni sono l'anima delle digressioni e viceversa, mentre risolutamente, liberatoriamente e con nonchalance, l'esserci e i discorsi a questi intorno rompono solo i coglioni.


Tra coincidenze di treni e di vite, di trascorsi, di percorsi, di intuizioni, di sventure, di ragguagli, di slanci, di rimpianti, di stenti di esaltazioni, di eclatanti meraviglie, di discese infernali e crolli verticali, di attrazioni, di fatiche, di corrispondenze, di pezzi, di constatazioni, di rilanci, di trasformazioni, menomazioni, crolli ancora, fraintendimenti e complimenti, appuntamenti e sparizioni. Competizioni partecipazioni incitamenti abbracci offerte aiuti prudenze gentilezze compagnie inizi indizi scoperte visioni parole simbiosi parabole percorsi. Con il traguardo altrove. Una coincidenza o l'uscita.


E in più cosmicomica guest star dai valori alterati, uova marce del presente trasfigurate in chiave fanta-trash. Per la messa in scena delle incongruenze lassative. Qualunque cosa va male, quindi tutto a posto.


In tempi di patologie latenti, delusioni cocenti, feedback latitanti, conoscenze approssimative e riconoscimenti postumi, cercasi levità di desiderio, ingenuità di vivere. Dismisura della parola. Perdere il filo del discorso. Scostarsi dalla linea maestra. Non potersi più dire ammaestrati. Andando troppo oltre o non ancora abbastanza. Non in linea, non in bilancia, non in equilibrio. Mancanti dell'inafferrabile. Insoddisfatti del presente. Transdisciplinari quanto indisciplinati.


Sovr-impressions. Gli strati che si accumulano, gli stati che si accomunano e si sedimentano. E trattenere sempre, trattenersi mai. Mai dire sempre, mai dire mai.


Manoscritto trovato in un anfratto di cuore della notte, scritto fibrillando, palpitazione una dopo l'altra. Per sognatori generosi, ammaccati e indomiti, di quelli con i piedi per aria, con la testa nella sabbia, con il cuore in gola, con i pugni in tasca, di quelli che preferiscono rassegnare le dimissioni da questa logica e da questa vita piuttosto che rassegnarsi, piuttosto che riassegnarsi.


Là ove ella mi scorse, Petrarca gioca in corner allo scadere. Calcia con eleganza e conduce lontano.


Di miraggi tramonti tuffi colazioni, di felini buffi, di scatti vitali, di smorfie e spiagge e iridi altrimenti colorati, di momenti magici e pozioni fragili, di banchine sorprese fermate scale

piani alti ventilatori.

Di tesi inutili e malintesi gentili. Di rapimenti odori onori gratitudine. Di mostre di coraggio e di lacrime.

Di corse a perdifiato voli mentali, spalle solidali, sonni tranquilli e prudenze di ritorno.

Di estemporaneità e tenerezze. Di improvvisazioni di improvvise luminose sensazioni.

Di tutto ciò che non ha parole.

Vasi comunicanti e piacevoli equivoci. Se non ora quando.


Combinazioni, riflessi. Accadimenti. Cadute. Ma cosa abbiamo combinato per non sfiorarci nemmeno più?


Tra scorte di scarti, scarti di scorie. Scorato dalla cerimonia martirologica del ri-ferirsi, eppur sollevato d'esserci in questo convoglio. Prima di salire qui in quale deserto mi trovavo?


Non c'è nessuno da queste parti. Dalle mie di parti si viaggia in formazione rimaneggiata. Con l'informazione manipolata. Ora comunico prima me se anche fosse possibile dirci qualcosa, così perturbati, agili a cadere, con l'horror vacui dello starsene con le mani in mano.


La pasta passa e il vino resta: Quartucci e Leo nel '65 facevano la fame, e non era uno spettacolo.


E ora salire in una delle pre-stazioni possibili. Poiché potrebbe non esser dato seguito.


sabato 5 febbraio 2011

La Ri-cognizione del dolore



Non si sta molto comodi nell'esilio forzato della volontà. Si respira appena, si avanza sotto mentite spoglie e, qual pena, fa male il cuore soprattutto. Dormivo in una fossa stanotte, mi rigiravo di continuo per trovare la mia condizione per peristalsi intestinale del masticato e triturato tempo che ci precede. Indigesto oppure ben assimilato. Deglutito a fatica. Singhiozzando o emettendo imprecisate peripezie giugulari.. La mia cognizione. I geniacci e gli angeli si fanno male facilmente. Tra fuochi d'artificio della memoria e un vomitar sospinto e ripetuto delle tossine in esubero, fuggendo il dolo del sentenziare postumo.


Pance torcicollo futuristi scoppi centenarie non paganti che soggiornavano e sogghignavano dormendo su meta-sedia. Articolazioni tormentoni iniziazioni munizioni operazioni padroni coglioni.


Certe visioni scortate da abbagli, scartate come caramelle da lasciar sciogliere a lungo sul palato prima che ti conducano a inediti risvolti, quelli di cui si rivolta dalla tomba del reale.


E come si fa a far finta d'esser sani a oltranza con un (cog)nomen omen di tale portata sulle spalle?


Parolaio parzialmente abile e quanto mai vano, sotto scacco d'una palla al piede che coincide con sé stesso. [come se fosse una cosa semplice vanificarsi ad ogni tentativo, passando da carneficine sentimentali a pantani dell'oggi desaparesido]


Diranno: evadeva dalla libertà su cauzione, pagava di testa propria le intemperanze di questa terra intera. Lo aiutavano in molti ad usar in tal definitiva maniera il proprio capo, lo stuzzicavano, gli spillavano idee dal cervello, lo prosciugavano, gli facevano un lavaggio ogni tanto.


Diranno: pagava con tasca vuota per essere felice. Lo faceva per non consumarsi anch'egli in pellegrinaggio danaroso in tempo di sconti e nel ricambio d'armadio e di stagione e di plotone. Non aveva nemmeno tempo per ricordarsi il proprio nome, ma era quello che voleva. Non finirò mai di rivedermi. Non mi riconoscerò mai. Non riconoscerò mai a me stesso di non esserci stato quando era l'occasione l'ingiusta fonte di piacere.


Ri-cognizione è l'azione effettuata oltre la linea del fronte per acquisire informazioni militari relative al nemico. [Ma qui il fronte è interno e il nemico non di meno]

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Visto l'andazzo, in tempi in cui ancora lo spettro del vate terrorizza i polli, l'approdo di demenza non sarebbe poi male. In questo merdaio in cui ci troviamo per rinsavire non bisogna badare agli indici di gradimento.


Dove ci troviamo dunque se non a mostrare e mostrarci come stimmate ancora le insufficienze di questa condizione, con le nostre povere parole, i nostri minimi occhi con i mezzi e gli intermezzi a nostra disposizione. A nostra deposizione. Deporranno prima o poi loro gli artigli e le armi, ci lasceranno fare nel carnevale del potere la parte del matto o quella del dotto. Dottori ci chiameranno del più abusato corporale nostro condotto. Apriti tu che il cielo non c'è più. L'ebbrezza sarà quella di fare i conti e di lasciarli aperti. Spalancati ad ogni evenienza, poiché resterà indeterminato chi conta e chi è soltanto contato. Più facile prevedere colui che, scontato, contatterà i gendarmi e metterà tutti in allarmi, sull'attenti, cittadini non aprite più i vostri battenti, anzi stringete e digrignate i denti, dimostratevi vincenti, allontanate questi poco dignitosi artistoidi malviventi.


Ed eccoci. Rieccoci. Avvertiti e ricchi d'eco. Sempre e ancora tanto riconoscenti quanto irriconoscibili al variare dei campi di gravitazione, all'infrangersi delle regole dell'attrazione, in comunione alcolica, per quell'attimo di delizia che precede strazi e stragi, strani casi e morti passaggi.


Ognuno ha le sue triste buone o cattive ragioni. Almeno tu nell'universo. Nel mio verso. No, nemmeno tu.


Vedo che ora siete affaticati, così tanto ai deliri impreparati. Così a lungo non riesco a seguirmi neanch'io.


Se il mondo gira perché non dovrebbe cambiare? Torneranno i feroci invalidi dai mari caldi e nell'extrema communio d'una messe mostruosa diranno che questo B noi ce lo meritiamo, come chi per desiderare la merda ha sacrificato la carne e il sangue.



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martedì 1 febbraio 2011

Touch it!



Agli antipodi dell'esigenza pornografica del veder tutto, nei dettagli, chiaramente, con ginecologica esattezza, anche le forme più prestanti e definite vengono meno ai loro contorni, dilatate e deformate, fuggono verso un astratto che, nella vaghezza della mancata definizione, ne glorifica l'esistenza al di là del farsi semplice oggetto penetrante/penetrato.
Una proposta per una ecologia del corpo, contrappuntata dalla nostra perduta abilità di guardare e cercare oltre la carnale meccanica superficie.
Maneggiare con passione, con tenerezza, con cura.

venerdì 28 gennaio 2011

Per farla infinita

Per farla infinita, la vita o la merda. La storia o la lotta.


La malattia della scrittura ti coglie impreparato, ti fa correre lì sulla pagina bianca prima che il commiato del tuo pensiero ostruisca le vie del ricordo e trascolori tutto in un vagheggiato entusiasmo già smarrito. Ti manderà una cartolina nella notte il tuo cervello con quello che avevi formulato e che la giornata ha sbiancato.


Brezza marina qui nel covo candido del lunedi, partendo dai punti in-fermi d'un mondo sempre più immondo, tra le turbe intestinali e la stitichezza espressiva del XXI secolo. Com'è triste la carne, eppure è tutto ciò che cerchiamo.


Scrivere scopare viaggiare secondo Bolano in punto di morte conferenziere in volo sui poeti francesi. Banditi del senso. Banditi dal senso. Inattingibili. Ogni volta diversi.


L'Italia va a puttane, si sa, e noi ci accasciamo lentamente nella fatica mal vista d'accorgercene. Le sante le più bunga bungabili, misere le cortigiane di palazzo, in cerca di opportuna sistemazione e collaborazioniste non meno d'altre già giustiziate a loro tempo. I criminali senza fascino né pretese.

E poi ora per noi in coro Lele Mora prega per noi, meno male che Lula c'è estradate Berlusconi se volete Battisti in cambio.


È Dioniso a vincere in quest'aria fetida da basso impero? O è ancora – ritrovando l'Attali di Bruits – una quaresima camuffata da carnevale? Una rigorosa farsa atta semplicemente all'omeostasi del potere declinante? Apollo è malato, sformato, sfrondato, tra cattive abitudini quasi sempre appagate, ma in questa impenitente isola dei trionfi bacchici manca il rimescolamento, manca l'eversione, il ribaltamento dei ruoli. Restiamo sottostanti, inculabili, appesi e riverenti alle voglie o al parere di s'arroga di contare, di chi ancora è di identità (a che cosa?) che si riempe le tasche.


Gaudeamus igitur eppure parfois j'amerai mourir pour ne plus rien savoir.


E la stanchezza arriva perché una corsa a ostacoli ha coinvolto i miei alter ego prima di raggiunger il MetaTeatro stanotte...dai miei trecento passi in estrema pendente salita, da un treno che non arriva più causa neve viterbese ad un 907 del cui percorso è carica la mia memoria d'abitante di MonteMario da quella Piazza Igea, il bar con il piacente Barbone, la fermata davanti la farmacia e poi le scale per arrivare alla metro Cipro dove una volta quasi mi ruppi una caviglia e no non c'è tempo per far entrare prima che io esca dal convoglio e se le do una spallata è perché non esiste più delicatezza e se mi rispondi Madonna io ti dico Porca e procedo avanti, proprio fino a San Pietro aspettando un 23 che non passa, le mani in tasca il freddo in testa il ritardo incalza la pancia scalpita. Quindi quasi di corsa colpendo a tacchi il suolo, perforando la città tagliando via della Conciliazione e ripescando il 23 all'inizio del lungotevere con in groppa gli stessi volti che prendevano freddo in mia compagnia minuti prima...


E prima di scampanellare solo una crocchetta da mangiare. E come fa quella a star in mini-pants e infradito proprio oggi quando il sale sui campi è lì a testimoniare gli zero gradi??


E ripartendo allora da dove avevamo iniziato,


Scrivere prima che vengano a prenderti per aver fatto troppo chiasso, per aver voluto troppo, per esserti divertito troppo poco, per aver scosso troppi alberi delle certezze, per aver diffamato troppi monumenti, per aver dissacrato troppe cerimonie.

Scrivere prima che vengano a prenderti per non esser riuscito a (r)esistere, moroso e ipotecato in questo ostico condominio sociale. Povera arte in arte povera.

Scrivere prima che si spenga la luce, la lucerna che come spia ti permette di accedere altrove .

Scrivere prima che vengano a prenderti per esserti permesso di scrivere. Dall'ispirazione alla cospirazione.


Tarantiniane sproloquianti Iene a introdurre l'irriverente canovaccio pseudo-liturgico, nella blasfemia canzonatoria d'ogni comunione o comunicazione possibile. Con Artaud esserci per cacare tra le metastasi del linguaggio. Malato, corrotto, corroso, in punto di morte.


Così dis-organizzati come siamo eppure o ancora provvisti di quegli organi capaci di soddisfare le nostre malfunzioni vitali. Condotto (o condotta?) anale dunque. Ancora dall'escatologia alla scatologia, dal destino ultimo ai terminali resti, tra le fogne pronti a tuffarci. De cesso.


Ed invece per farla finita col giudizio di altissimi e nani, non riconciliati tagliare ancora le redini e le radici. Smascherarsi: scrivere, scopare, viaggiare, morire. E poi ricominciare.


Un inferno, un inverno, un infermo. Non si arriva da nessuna parte. Solo qualche illuminazione ogni tanto. Rarissima e adamantina come quell'anima stanca eppure di superiore inafferrabile incanto che ora vigila sul lampeggiamento verde nei pressi dell'ingresso.


E per San Giovanni ora l'87. Per casa mia i piedi soli. Per le prossime Impressions una settimana ancora.

venerdì 21 gennaio 2011

Un Bene Di Marca

Difficoltà di comprensione enfatizzate e sclerotizzate, al di là della scrittura lineare. Con non osservanza, ancora con tutto l'irrispetto dovuto.

Non si sente bene, come il mondo di questi tempi. Non si sente Bene, altrimenti non si sarebbe ancora appesi all'omologazione sovvenzionata e la rappresentazione si sarebbe ormai estinta. Non si vede bene, come il futuro di questi tempi. Non si vede Bene, si delirerebbe risoluti e feroci e disperati e dissennati un po' di più altrimenti.

Frammento estratto a caldo dalla prima delle Di Marchiane metateatrali impression d'afreak, ripescando la contemporaneità d'un urlo di vent'anni prima, un attentato alle ricerche teatrali...definitivamente sbalordito...scontato che da oltre due secoli la rappresentazione è qualsiasi compromesso per sopravvivere...Se creatività omologata è applicazione orale su testo teatrale scritto, è ribadita l'ignoranza sconcia secondo cui è sulla drammaturgia come testo teatrale che deve esercitarsi la creatività.


martedì 18 gennaio 2011

Free as a Freak


Pippo Di marca, uno di quei liquori alcolici di cui c'è sempre più astinenza, offrimi un po' della tua euforia da lassù dei tuoi trascorsi dei tuo percorsi dei tuo soccorsi. Dacci la tua anarchica linfa quotidiana, microfonato d'errori e d'intralci. Claudicante cerimoniale laico del lunedì di chiusura o d'apertura di nuovo corso.

Lautremont sul trono impacchettato alla Christo nel foyer imbiancato quasi illuminato di bianco più bianco che candido, battello ebbro dalle dinamiche imprecisate con sedie che seguono la corrente dello spettacolo e si girano con i colli e i tacchi da un lato all'altro, non un maremoto ma una piccola scossa, un'onda di sfogo elegante alle miserie sovvenzionate attuali.

Anticamera di un urlo spericolato, avanspettacolo di teste indomite, one man show a passo lento ma non attardato. Maldoror bello come l'incertezza dei movimenti muscolari nelle pieghe delle parti molli della regione cervicale posteriore e tu sei lì davanti a me e io vorrei baciarti dolcemente sul collo. E Michele spegni! buio e silenzio per il rito dopo Foxy Lady hendrixiana e la discesa dall'alto del divino reduce con scarpe da tennis e smoking e capo coperto di verde e spessissime lenti così come l'ingegno.

Qui si vola altrove e deragliatamente fuori dalla trama del raccontino prescritto, si omaggia Carmelo nel suo ritorcersi con tutta la mancanza di riverenza possibile al fu ministero di spettacolame di inizio novanta già clamorosamente cieco nei confronti di chi artifica e non mummifica. Si ritorna all'avanguardia, si rintraccia sulla scala la scaletta, si finisce con guest star poco abbottonata e molto attenta nel cesso risicato e lucido della nostra (de)generazione precarizzata dalle nostre incertezze ben più che dai nostri stenti. Baudelairizzandoci solo in parte poiché non in grado di finir sfiniti e fuori da noi perché ancora anche domani bisogna forse un po' studiare un po' lavorare un po' mangiare un po' viaggiare.

Esplosioni lirico-demenziali con trattato sugli stronzi in espansione della nostra rovinosa classe politica attuale e delle dis-cariche di cui si autoincensano. Quelli che si colgono a naso più che a occhio. Puzzano da lontano o d'improvviso. Da un Daniele voltagabbana alla sua omonima feroce. Rappresentanti e dei figli di puttana. E delle troie soprattutto e innominate. Ferite e feritoie esplorate e non più esplorabili. Voglia di rompere. Impressioni illuminate. Mostri esoterici. D'altri mondi che non questo derubricato a intrattenimento per polli d'allevamento e omologati alla finta trasgressione con brand. Dimostranti un altro modo di disconnetterci dal presente, afferrandolo per il collo e bastonandolo per quel coacervo di contraddizioni anomale in cui più o meno con brio siamo invischiati.

I soldi son un equivoco, sono sott'acqua come quelli del drugo Lebowskiano. Andate senza pace, seminate i vostri passi con tutta la scorrettezza che ci vuole. E tornate la settimana prossima.